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Pinter: «Io, rivoluzionario per caso»

 
Un protagonista delle tredici giornate di Budapest al Centro Culturale Europeo. 50 anni dopo racconta la sua lotta per la libertà
 
   

     
Genova, 27 ottobre 2006
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di
Daniele
Miggino
   
Ungheria
È partito il ciclo di conferenze 2006/2007 del Centro Culturale Europeo. Il primo appuntamento di questa stagione cade in contemporanea con un anniversario importante. Esattamente cinquant'anni fa, il 23 ottobre del 1956, in Ungheria scoppiava la prima rivolta popolare contro l'Unione Sovietica in un paese dell'Europa dell'Est.
Giovedì 26 ottobre 2006, Lajos Pinter - all'epoca uno studente, militante attivo dell'insurrezione - e lo storico Federigo Argentieri, hanno raccontato una versione dei fatti sgombra da condizionamenti: «fino al 1990 non si è saputo quasi nulla sulla rivoluzione d'Ungheria - dice Erminio Raiteri, il moderatore dell'incontro - i sovietici hanno pubblicato solo un libro bianco in tre volumi. In occidente si parlava di controrivoluzione, ma la comunicazione era impregnata di propaganda antisovietica e anticomunista».

Negli ultimi quindici anni - caduto il Muro di Berlino e con esso la struttura bipolare del mondo - si è potuta ricostruire la storia di quei giorni, grazie anche alle nuove fonti degli archivi segreti, resi finalmente pubblici.
«Io non sono un eroe - dice Pinter - solo per caso sono diventato protagonista di una rivoluzione». Oggi console onorario a Verona, all'epoca studente universitario a Jaszbereny, racconta come se la passavano solo poche settimane prima dell'insurrezione: «eravamo preoccupati solo dei nostri esami», dice.
Tutte le estati, poi, c'era una mese di servizio militare obbligatorio, imposto dai russi: «durante le vacanze ci hanno insegnato a sparare e a tirare bombe a mano - dice - è per questo che li abbiamo messi in difficoltà. Il paradosso è che senza il loro addestramento non ce l'avremmo fatta».

Furono tredici giorni deliranti: sia per il sapore di libertà che gli ungheresi respirano improvvisamente, sia per le tragedie che ne derivano. «Volevamo giustizia sociale e libertà - dice Pinter - solo questo».
Poi Budapest viene assediata, l'ÁVH ungherese (la polizia segreta) bracca i ribelli, la fuga rimane l'unica soluzione. Pinter lascia il suo paese appena prima che i sovietici reprimano nel sangue la rivolta, e arriva in Italia.
Viene condannato a morte in contumacia, ma così facendo salva la vita ai suoi compagni: «nel mio gruppo eravamo in diciotto. Al processo tutte le colpe vennero addossate a me. Un giudice che aveva buon senso mi condannò a morte sapendo che l'avrei scampata, e alleggerì le pene degli altri». Dopo tanti anni Pinter poté tornare a casa. Lì ritrovò i suoi vecchi amici, che gli regalarono la bandiera di allora, tagliata al centro per eliminare lo stemma della repubblica popolare con stella falce e martello. Vessillo che campeggia anche al Centro Culturale Europeo in occasione dell'incontro.

Argentieri traccia un quadro internazionale degli eventi: «Nello stesso periodo - dice - gli anglofrancesi lanciarono l'"operazione Suez" contro l'egiziano Nasser, che voleva nazionalizzare il canale. Questo atto diede una spinta decisiva ad un'URSS in difficoltà per intervenire in Ungheria. Inglesi e francesi hanno quindi una grande responsabilità».
Il fatto è, continua lo storico, che i magiari si ritrovarono isolati: solo le repubbliche dell'est appoggiarono in qualche modo la rivoluzione. Il governo italiano, presieduto da Segni, si comportò equilibratamente. C'era già Andreotti alle finanze: «lui c'è sempre stato - scheza Argentieri - pare ci fosse già nel 1848».
 
 
 
 
 
 
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