Ancora una volta
Giulietta&Romeo, di William Shakespeare. Questa è la volta però - pare la prima - che con un classico si recupera una versione a lungo trascurata perché ritenuta copia "pirata": quella del 1597. A chiusura del
Festival Shakespeare in Town, il gruppo Salamander, capitanato dal regista
Marco Ghelardi, presenta la nuova traduzione (edita da Natrusso Communication) e il nuovo spettacolo, in scena
alla Fortezza del Priamar (Sala della Sibilla) a Savona,
da giovedì 19 a domenica 22 ottobre, (ore 21).
Perché recuperare proprio quel testo? «È più compatto,
taglia via i lunghi monologhi -spiega Marco- che restano ma in forma abbreviata. Per il resto gli eventi sono esattamente gli stessi, ma è un testo che ha il ritmo di un copione per la scena, dove l'azione è più scorrevole e incisiva. Per esempio il quarto e il quinto atto qui volano verso la conclusione, mentre nell'altra (quella del 1599) il ritmo stenta a decollare. Qua e là ci sono poi alternative a alcuni versi, anche per interi scambi». Peccato solo che non si è pensato alla soluzione del testo a fronte, che avrebbe permesso di tenere in mano anche questo introvabile Shakespeare.
Abbandonata la tendenza consolidata nell'800, quando con i lunghi monologhi si andava a nozze, Marco segue una linea filologica di studi e ricerche più moderna che vorrebbe pari dignità per le diverse edizioni -o "in quarto"- tanto le prove sull'autorialità mancano tanto per l'una quanto per l'altra, e fin'ora questo non ha trattenuto traduttori e editori dall'«attingere comunque anche a questa versione senza neppure avvertire in nota». Dopo il
Macbeth, tradotto lo scorso anno, Marco ha seguito le stesse regole di massima «ricalcare la metrica, cercare di conservare la distinzione tra parti in versi e in prosa, e trattenere il passaggio dal "voi" al "tu"».
E in scena funziona eccome. Con un cast di giovani attori/trici promettenti, per la maggior parte usciti/e dalla Scuola dello Stabile di Genova, Marco ci restituisce la freschezza di una tragedia piena di passione e impeti giovanili: scene di anime irrequiete e irriverenti mosse dalla voglia di aggredire la vita allora come oggi; una pièce dove il sangue scorre a fiumi -su affilate lame di coltelli troppo facilmente impugnati- o troppo rapido e acceso attraversa le vene frementi dei giovani amanti Montecchi e Capuleti. Al teatro di parola si coniuga allora una forte fisicità, dove la distribuzione dei ruoli collabora al recupero dell'equilibrio tra i personaggi, scardinando la gerarchia delle "parti principali"; l'arcana e poetica lingua in rima amplifica i suoi effetti lungo una recitazione puntuale ma anche realistica che, spesso, con la gestualità o il tono restituisce immediatezza anche al verso più oscuro. «Fede assoluta nel testo shakespeariano -conferma Marco- che cerchiamo di lasciar parlare, senza aggiungere orpelli e poi attenzione per i diversi registri», particolarmente evidenti nelle battute di Romeo (un delicato e pallido, ma determinato
Vito Saccinto), dal volgare all'etereo, ma anche in Mercuzio (
Marco Taddei) e negli scambi giocosi e camerateschi tra i tre cugini (accanto a Romeo e Mercuzio, il Benvolio di
Maurizio Lastrico).
In una messa in scena che vuole recuperare la vicinanza elisabettiana tra pubblico e attori, agita senza palcoscenico né scene in mezzo a due platee allestite ai margini di una spazio scenico-corridoio, non si è mai posti di fronte a una voce sola, ma a continui passaggi in cui più punti di vista si confrontano e l'azione incalza senza intoppi. Restando a vista, guadagnarsi il fuori scena per gli attori è merito di un articolato gioco di squadra e di chi tiene con abilità l'attenzione sul "palco".
Della trama che tutti conosco non dirò, ma di una scena in particolare: Giulietta (
Mariella Speranza) resa edotta dalla madre, in presenza della nutrice, del prossimo matrimonio combinatole dal padre (Gianni Masella) con Paride (ancora
Marco Taddei, brillante Mercuzio), si trova a fronteggiare l'autorità paterna senza alcun aiuto da parte delle donne. La furia del padre-padrone le si scaglia contro con tutta la forza del maschio che disprezza la femmina quand'ella disubbidisce, mentre le donne tacciono -più la madre (
Daniela Tusa, anche nel ruolo di Montecchi-padre) che la nutrice (
Cristina Pasino, anche nel ruolo del Principe) a dire il vero, visto che questa un qualche tentativo di replica o difesa lo tenta.
È la sfida più antica: la giovane donna che tenta di difendersi e di proclamare il suo sentire con semplicità e immediatezza e che trova un muro e uno schiaffo, che ne negano la pressa di coscienza. Frustrata nei sensi e nell'orgoglio qui nasce l'eroina, altrove la puttana, repressa perché ha agito di motto proprio, disprezzata infino dalla madre, per aver osato pensare di poter esprimere il suo sentire,
lei possesso altrui. E da lì parte l'intrigo, complice Frate Lorenzo (
Antonio Zavatteri) e la nutrice, che
insegnano alla giovane donna l'arte della menzogna, l'intrigo che fa credere al padre che finalmente s'è ravveduta (straziante e feroce, quanto sinceramente naturalistico). Fino al tradimento e al tragico, mortifero finale.
Intenso e rapido come raramente classico vidi.
Applausi e l'augurio per una prossima tournée.