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Simonetta Fadda l'ho conosciuta qualche anno fa, a Genova.
Era stata preceduta dalla fama di "quella che ha ripreso i genovesi pissing nel centro storico".
Tutt'altro che una dura. Piuttosto, una che esprime idee chiare.
Il suo percorso è coerente, come le tappe geografiche della sua vita. Da Savona, dove è nata nel 1962, a Genova e poi a Milano.
Traduce dall'inglese e dal tedesco, ma l'arte per lei non è certo un hobby.
Simonetta, che tipo di artista sei, oggi?
Odio le definizioni ma, se devo darne una, sono una videoartista.
... che significa che lavori con il video?
Sì, da sempre. Il primo video che ho girato è dell'84, ma ho usato diverse tecnologie televisive. Ho utilizzato quasi subito le telecamere di sorveglianza, facendomi sponsorizzare.
Vuoi intendere le telecamere a circuito chiuso?
Lo spettatore entrava in gioco, ma senza riconoscersi nel monitor. Anzi, non riusciva a trovarsi, perché veniva inquadrato in un punto e la sua immagine compariva in un altro.
Che cosa ti interessava in questo "gioco"?
Volevo mettere in risalto il ruolo dello spettatore nella costruzione dell'opera. E poi mi interessavano queste telecamere come strumenti paradigmatici del nostro tempo. La società oggi ci consente una grande libertà di movimento, ma sempre sotto controllo, sotto un controllo subliminale.
Anche nel sistema dell'arte?
Certo. Esso non è altro che il microcosmo che riflette il macrocosmo.
Qual è stato il successivo passaggio?
In due interventi a Milano, in gallerie private, ho esposto la telecamera di sorveglianza come assoluta protagonista, puntandola sullo spazio espositivo, senza alcun video. Non si riusciva a capire dove andassero a finire le immagini riprese.
E tu dove sei andata a finire?
A quel punto ho deciso di passare dal sistema dell'arte alla vita. Sono scesa in strada, armata di apparecchiature amatoriali. Era l'inizio degli anni '90...
La precisazione "amatoriali" è importante?
Significativa. Riflette la scelta che ho fatto di calarmi nei panni del dilettante. Volevo dimostrare che non è necessario servirsi di macchine professionali per ottenere risultati estetici. Anzi, potevo giocare proprio sulla relativa imperfezione del mezzo.
Come imperfetta è la realtà.
La realtà è fatta di "rumori" ed è un controsenso cercare di igienizzarla esteticamente. Il punto di partenza dovrebbe essere il documentario.
Il tuo famoso Genova pissing (nella foto) ne è un esempio. Come è nato?
In modo casuale. Era il 1993 e avevo appena traslocato nel centro storico di Genova, in San Donato. Appena mi affacciavo alla finestra notavo il fenomeno, che si ripeteva a tutte le ore. L'ho ritenuto paradigmatico del rapporto umano con il territorio. Mi sembrava interessante documentarlo, anche perché rovesciava il panorama italiano - la veduta - in questi altri termini.
Come sono stati montati i nove minuti del video a colori?
Come un'ipotetica giornata. In seguito sono stata ossessionata da questi "incontri" nei luoghi più insospettabili. La mia concentrazione si è continuata a rivolgere comunque al paesaggio urbano costruito dalle persone e dai loro comportamenti condivisi, stereotipati.
L'ultimo tuo lavoro?
Si chiama Pip Shop. Ha come oggetto le persone che guardano le vetrine. È un progetto a lungo termine, che voglio sviluppare ancora. Si basa su materiale archiviato, che sedimenta nel tempo. Il tema è il denaro.
Inteso come?
Come feticcio. In quattro cabine da spiaggia monoposto, dotate ciascuna di finestra e schermo video, si può vedere un piano-sequenza frammentato in quattro momenti diversi: l'estasi di una ragazza davanti a un oggetto che sta comprando. Voyeurismo più feticismo. Un rapporto illusorio basato su un piacere fantasmatico.
Come proseguirai questo lavoro?
Scendendo in strada con la telecamera... ogni volta che sento di avere un obiettivo preciso.
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