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'Water': tra fede e coscienza

 
Deepa Mehta denuncia il dramma delle vedove indiane. I fondamentalisti avevano bruciato il set. Ma lei non ha rinunciato a girare il film
 
   

     
06 ottobre 2006
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mentelocale di
Francesca
Baroncelli
   
Avete presente quando si dice che un film è "da non perdere"? Bene, Water, il nuovo film di Deepa Mehta, vi arricchirà e vi sorprenderà con la sua dolcezza e, al contempo, la sua determinazione nel denunciare una realtà esistente ancora oggi e difficile da accettare.
Water è il terzo film di una trilogia che la regista indiana Deepa Mehta - che si era già fatta notare con Sam & Me, vincitore della Camera d'Or al Festival di Cannes del 1991, e con due episodi di Young Indiana Jones Chronicles, prodotto da George Lucas - ha dedicato agli elementi (acqua, fuoco, terra). Water avrebbe dovuto essere girato in India, ma i fondamentalisti indù lo hanno impedito, minacciando di morte la regista e le attrici di un film tutto al femminile. E dopo che nel 2000 il set è stato bruciato, Mehta e il suo cast si sono trasferiti nello Shri Lanka.

«Non ho pensato nemmeno per un momento di abbandonare il progetto», ha spiegato Deepa Mehta, ospite alla Multisala America di via Colombo del Circolo Culturale I Buonavoglia, «sono una filmmaker e il mio compito è quello di raccontare storie. I fondamentalisti religiosi - quelli di ogni confessione - non accettano ragioni. Non mi sento coraggiosa: la lotta tra l'arte e la politica è di lunga data. Continuerò a fare i miei film».
La storia è ambientata nel 1938. Chuyia, interpretata dalla bravissima Sarala, una bimba srilankese alla sua prima esperienza cinematografica, a soli 8 anni rimane vedova e viene mandata a vivere in una casa che ospita le vedove indù, costrette all'eterna penitenza e bistrattate dalla società. Nella piccola e traballante casa a due piani, Chuyia scopre così un nuovo mondo, tutto al femminile. C'è Madhumati, che ha più di 70 anni e gestisce la casa come fosse una regina; c'è Kalyani (Lisa Ray), l'unica vedova a non avere i capelli rasati a zero perché costretta da Madhumati a prostituirsi. E infine c'è Shakuntala (Seema Biswas): cupa ed enigmatica, non ha mai accettato la vita che, fin da bambina, è costretta a vivere.

A fare da sfondo, la figura di Gandhi, che con le sue idee rivoluzionerà l'India. Alla denuncia sociale Deepa Mehta affianca la storia d'amore che lega la bella Kalyani a Narayan (John Abraham), un giovane ricco e idealista.
«Water è un film peculiare ma anche universale, perché riguarda anche chi non vive in India», ha spiegato Mehta, «gli emarginati esistono in ogni paese». Negli Stati Uniti, ad esempio, gli anziani vengono trattati alla stregua delle vedove indiane; in Australia ci sono gli aborigeni e in Germania gli immigrati turchi.
Ma come è nata in Deepa Mehta l'idea del film? «Undici anni fa mi trovavo a Varanasi, città dell'India settentrionale sacra all'Induismo. Moltissime donne vestite con splendidi sahari colorati pregavano rivolte verso il sole che sorge. Solo una di loro era rivolta dalla parte opposta: cercava i suoi occhiali. L'ho aiutata e poi l'ho accompagnata a casa. Una volta aperta la porta, mi sono trovata di fronte un cortile pieno di donne vestite di bianco: erano le vedove indiane».

Molte di loro sono costrette a vivere come recluse fin dall'infanzia: «la piccola Sarala è stata bravissima nel suo ruolo», ha aggiunto la regista, che con questo film volerà ad Hollywood con in tasca una nomination, «le bambine indiane sono influenzate dalla cosiddetta Bollywood (è l'acronimo suggestivo di Bombay Hollywood e si riferisce alla grande industria cinematografica indiana, n.d.r.). Sarala, invece, ha un talento naturale». I suoi occhi parlano e le sue sofferenze diventano le nostre, fino a commuoverci.
Ma perché, ancora oggi, l'India conta 34 milioni di vedove? Deepa Mehta, che di Water ha scritto anche la sceneggiatura, mette la risposta nella bocca del giovane Narayan: "è una questione di soldi in nome della religione". Insomma, spesso la coscienza entra in conflitto con la fede.
 
 
 
 
 
 
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