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Odissea in passeggino

 
Cronache dal parco giochi. Una mamma e due bambini alle prese con strutture rotte, in disuso o sporche. Il lato oscuro dell'etą felice 0-5
 
   

     
Genova, 02 ottobre 2006
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di Arianna Tessari
   
giochi infanzia parco
Quest'oggi la colonna sonora del mio narrare vano non giunge. Mi sforzo. Ma niente. Dovrebbe essere un po' struggente, a tratti appassionata e mesta, poi, improvvisamente, comica, beffarda. Come il sorriso sdentato dello strano individuo che si aggira, con la folta chioma caparezzana, in quel di Villa Imperiale, a San Fruttuoso.
Che m'ha preso? Perché non riesco ad abbandonare il pesante culo sulla panchina dei soliti giardinetti del quartiere. Belli. Puliti. Ed in più dotati di toilette. Frequentati dai soliti noti.
Perché questo pepe che mi agita e mi muove, mio malgrado, verso siti diversi? È con tale interrogativo che, questa mattina, accompagnato il primogenito alla scuola materna, ho "sbattuto" il secondo sul passeggino per una passeggiata verso la vicina San Fruttuoso. Certo la vicinanza, come ogni concetto che si rispetti, è soggettivamente relativa e l'ho è, oggettivamente, anche per la stessa persona in circostanze diverse.
A metà strada la relativa lontananza di San Fruttuoso affiora. Come l'iracondia per le dipartite rapide e furiose del piccoletto dolce mio caro che si catapulta giù dal passeggino. Ci sale. E poi scende. E ancora sale. Poi si mette in piedi. E ancora seduto. Poi di nuovo giù. Poi su. Tutto di seguito. Tutto senza interruzioni. Ma che mi posso aspettare da un "cosino rosa" di due anni? "Avrà bisogno di scatenarsi ai giardinetti, di socializzare", mi ripeto mono tona, volutamente non memore del fatto che lui è tragicamente vivace sempre. Iperattivo. Instancabile. E che la sua necessità di socializzare si smonta come panna fuori dal fridge ogni qualvolta debba dividere il gioco con chicchessia. "MMMio", urla, con quattro emme attaccate, alla biondina che neppure si fila la sua pallina idiota.

Arrivo dunque a Villa Imperiale e decido di avventurarmi in salita verso i giardinetti con "quei bei scivolini, che, vedrai come ti diverti", gli dico, ad arrestarne la frenesia. Comincio ad arrancare, tutta piegata in avanti, per spingere il passeggino, perché il piccino è anche cicciotto e, adesso che stiamo in salita gli conviene bearsi del passaggio proposto da me, la sua tenera mamma, che ora lo farebbe procedere a suon di calcetti. In più abbiamo "cannato" il percorso: per inseguire un fetido cane che emana odore scomposto di peli e pioggia, abbiamo preso la strada a sinistra, che, superato il primo tratto, poi diventa tutta scalini.
Ma sono spinta dalla necessità quasi patologica che da sempre mi porta a concludere l'azione iniziata, costi quel che costi. Quindi procedo, non completamente memore della precisa locazione dei giardinetti provvisti dei giochi. Ci arrivo infine, sudata come un maiale e disgustata dalla vista di bottiglie vuote di birra abbandonate in ogni dove, di cacche di cane e piccione, e ancora perplessa che la nonnina appena incontrata abbia anche avuto l'ardire di dirmi "che bella, questa villa, non è vero?".

Ebbene?
Quisquiglie, tutto ciò.
Intravedo solo due giochi.
Uno scivolo tempestato di merde, che neppure le salviette per i bebè, immancabili nella mia borsavaligia, che, incredibilmente, tolgono le macchie di tutto da tutto, riescono a debellare.
L'altro, tutto coperto da una rete di tipo militare, verde mimetica, che lo avvolge, come pacco regalo. Il regalo per i bimbi di Genova: un giardinetto bombardato come fossimo a Sarajevo.
Impraticabile insomma. E neppure il volo del pappagallo dal becco rosso che poeticamente mi scagazza sulla testa rende la sorpresa meno pesante da digerire. Non riesco a vederci nulla di positivo in tutto ciò, neppure la possibilità di aver smaltito la mattutina tazza da litro di latte con i 101 biscotti coperti da gocce di cioccolato.

Questo stesso pomeriggio, per aggiungere il peggio al peggiore, ho deciso di proseguire il tour giardinierasco in quel di Quinto. Sono in auto e penso che sarà già un'impresa trovare un buco di parcheggio: superate le 16.00 p.m. i giardinetti pullulano di vita vera che fa trasalire le nonninne tutrici ansiose.
Ma proseguo, ché è carino! Sempre pieno di gente! Con tanti spazi per tutti! La pista delle biciclettine! Il mare e i pescatori! Magari una puntatina sulla spiaggia, a tirar sassolini! E poi le giostre!
Nooo. Belin le giostre no, me ne ero dimenticata. Ci lascio troppi euro!
Sempre meglio delle fughe dei due tappi, che mi inducono a domandarmi perché prendano sempre direzioni opposte, trascinandomi nell'oblio della scelta, neppure fosse La scelta di Sophia, con la totale incapacità di riconoscere il male minore. La fuga di J. Verso la Disney giostra in movimento o quella di I. verso il trenino di Remo in fuga veloce?
Ma dai! Sono carini i "Quinto", mi incoraggio tutta sola. Poi ci scappa il gelatino!
Belida anche questa ci manca: altre lavatrici ad aumentare le fatiche di casalinga ossessionata dal Mastro Lindo.
Evvabè!

D'altra parte ci sono quei bei giochi: due scivoli, tante scalette, la salitina rambesca, la rete dell'uomo Ragno. Tante cosine carine, per tutti i gusti. I gusti dei miei piccoli frugoli.
Ma aspetta! Aspetta! Ora ricordo: l'ultima volta i giochi erano impraticabili. Anche questi.
Il pavimento tipo "mateco" per ammortizzare le cadute, geniale trovata, era devastato da gigantesche voragini di lembi scollati, pericolose per l'inciampi di tutti e non solo dei nanetti alle prime armi con la postura eretta. Sembrava ci fosse caduta una colonia di meteoriti-asteroidi. In più i pioli delle scalette erano tagliati di netto, come colpiti da laser fotonico a raggi infrarossi. Quasi che fossero giunti i Visitor!
Infine qualche "marziano" aveva aggiunto al male il peggio, al peggio il peggiore. Transenne tipo lavori in corso ad avvisare gli utenti dotati di intellighienza infantile che lì sotto s'era il gran buco. Lì ancora un altro. E poi un filare delle stesse transenne, come cipressi ai bordi della strada per Bolgheri, che introducevano alla scaletta senza pioli. Un'opera d'arte. A guardarla. Chissà quante belle testoline ricciute e occhietti cerulei e guanciotte paffute avevano assaporato il freddo e la tagliente gelida durezza delle lame d'acciaio dei marziani sbarramenti?
Ma no! Mi dico. Oramai sono passate settimane: qualcuno avrà fatto qualcosa.
Avevo ragione.
Non più ombra di transenna.
Tutto il resto come prima.
Distrutto. Degradato. Residuo bellico. Sopravvissuto all'invasione extraterrestre.
Thanks by i miei babanetti.
J. tre anni.
I. due.
E tutti gli altri.
Bimbetti genovesi.
 
 
 
 
 
 
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