Il Festival è finito, si chiude bottega, qualcuno c'ha un leone in tasca, altri no. L'edizione numero sessantatre ha visto un dispiegamento di forze senza precedenti da parte di mentelocale.it.
Per il diario quotidiano dalla laguna dovete ringraziare Annamaria Giuliani e Giorgio Viaro, mentre Andrea Bertocci è l'autore dei bellissimi scatti dal tappetto rosso. Oggi Giorgio tira le fila del Festival, con i vincitori, le stranezze della mostra del cinema, e un bel pagellone finale.
Alla prossima!
Venezia. Il Festival è andato. Premi consegnati, tempo di bilanci.
Il
Leone d'oro è finito a
Still Life, del cinese
Jia Zhang-Ke. Doppia curiosità, dato che si tratta del film a sorpresa di Venezia 63 (ovvero quello la cui identità è stata svelata solo il giorno della proiezione) e che il regista aveva due film presenti al Lido (l'altro era
Dong), primo caso da molti anni a questa parte. È il classico premio gettato in laguna: tra un mese nessuno si ricorderà più chi abbia vinto e il film andrà comunque male al botteghino. L'ossessione festivaliera per l'oriente comincia a stancare: il programma è risultato intasato di titoli del
far east, alcuni davvero ingiustificabili, mentre alla cinematografia europea, e soprattutto al floridissimo cinema indipendente americano, sono rimaste rare finestre. Sono scelte che non servono a nulla: stancano i cinefili non militanti, non sono in grado di rilanciare il cinema "d'arte" e si colorano di una sterile arroganza intellettuale.
L'altra grossa sorpresa del palmares è stata la
Coppa Volpi a
Ben Affleck per la sua interpretazione in
Hollywoodland: come ha detto qualcuno il prossimo passo è l'Oscar a
Steven Seagal come attore protagonista...
Molto più scontati, e comprensibili, i premi a
Helen Mirren (
The queen) come miglior attrice, e ad
Alain Resnais (
Private fears in public places) per la regia.
All'insegna del
politically correct, e per non scontentare la potente delegazione italiana guidata dall'amministratore delegato di Rai Cinema
Giancarlo Leone, è stato poi inventato un premio dell'ultim'ora: il "Leone d'Argento come rivelazione del Festival". Ma rivelazione di che?
Emanuele Crialese lo conoscevano già tutti dopo
Respiro, ed è al terzo film. Ipocrisia portami via...
Pagellone finale per chiudere in bellezza (era tutto il Festival che aspettavo questo momento...).
Voto 10+ a
Meryl Streep in
Il diavolo veste Prada: la sua perfida direttrice di un giornale di moda, che gela e sconquassa tutti i suoi collaboratori senza mai alzare il tono oltre il livello di sussurro, è il miglior personaggio visto in dieci giorni di proiezioni (e tra le cose migliori viste in una vita).
Voto 0 a chi si vedrà il film doppiato, negandosi il piacere sublime di ascoltare la voce e il talento di una delle maggiori attrici viventi. Aspettate che esca il dvd americano e ordinatevi quello in rete.
Voto 9 ai "toastoni" del bar vicino al Casinò, rimedi perfetti (specie quello speck-scamorza-zucchine) per i gorgoglii stomacali delle 16. Il che ci porta agli orari da Festival (
voto 3): sveglia alle 7.30, doccia alle 7.45 in feroce competizione con altri 5 coinquilini, colazione lampo alle 8.10, scatto da mezzofondista per raggiungere l'area delle sale, pellegrinaggio sotto i
metal detector alle 8.28, primo film alle 8.30, secondo film alle 11, suppliche ai buttafuori per entrare alle conferenze stampa alle 13, scrittura dell'articolo quotidiano tra le 15 e le 16, pranzo e infine sonno profondo e ristoratore al pallosissimo film nippo-russo-tailandese delle 17. Rientro in Italia, invecchiamento precoce, infarto.
Voto 7 al nuovo
look in voga tra i critici sui trenta, ovvero il pizzetto scorbutico rubato al Rico di
Colin Farrel nell'imminente
Miami Vice, passato in anteprima a Locarno. Baffi che scendono agli angoli della bocca e tirabaci sotto il labbro inferiore.
Cult.
Voto 3 alla divisione cromatica dei
badge della stampa: provenire da un quotidiano (rosso), da un periodico (blu) o da un sito internet (giallo), alla resa dei conti (vedi conferenze stampa) poteva fare una bella differenza. Ora, che
Tullio Kezich entri prima di me per un'intervista ci può anche stare, ma dividere all'ingresso in sala i giornalisti in corsie sulla base della provenienza, e poi far entrare una fila alla volta (con il risultato di vedersi sorpassare da persone che sono arrivate mezz'ora dopo e nella maggior parte dei casi non devono neppure scrivere gli articoli) è costume di volgarità palese.
Infine
voto 0-- e metaforico calcio nel sedere, a quanti parlano, ridono, commentano, tengono i cellulari accesi durante i film. Non ci crederete ma succede anche alle proiezioni per la stampa. E di continuo...
E con questo chiudo. All'anno prossimo, e, naturalmente, alla
Videoteca di Alessandria...
Stay tuned!
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