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Capitano d'Albertis
 

Un reporter a dorso di mulo

 
Al Castello e a Finale gli scatti di Enrico d'Albertis. Tre giri del mondo e 20mila immagini. Una piccola macchina del tempo, fino al 15/10
 
   

     
19 agosto 2006
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di
Giulio
Nepi
   
Genova. C'è sempre gente, anche in un pacioso giorno feriale d'agosto, al Castello d'Albertis. Il Museo delle Culture del Mondo funziona: piccolo ma agguerrito. E un'ulteriore occasione per perdersi un'oretta fra le sue stanze orientaleggianti o neogotiche è data dalla mostra in corso in questi giorni - e fino al 15 ottobre - Foto che capitano: scatti di Enrico d'Albertis in giro per il mondo. Oltre 50 immagini che gettano nuova luce sull'esploratore genovese a cui si deve il primo nucleo del Museo.

Il capitano aveva il fisicaccio, pur essendo un peso piuma: fece Genova-Torino in velocipede a tempo di record. Non si tirava indietro, a quattordici anni cerca di intrufolarsi nella spedizione dei Mille, ma lo lasciano a riva perché minorenne. È ricco: veleggia - fonda lo Yacht Club e attraversa primo italiano il Canale di Suez - e viaggia: tre volte il giro del mondo più il periplo dell'Africa. Insomma, ha fisico, fegato e grano. Ma quello che lo consegna alla storia è il cervello, in grado di amalgamare alla perfezione le tre qualità di cui sopra e di consegnarci un giramondo curioso, coraggioso e con i mezzi per permetterselo.
Il Capitano ha inoltre una passione smodata per un mezzo espressivo allora ancora pionieristico: la fotografia. Sono oltre 20mila le immagini che ci ha lasciato, rimaste nascoste in un baule per più di mezzo secolo. Solo da poco si è cominciato a catalogarle e ad acquisirle digitalmente, e la mostra in corso si propone come un appetitoso aperitivo in attesa della - auspicabile - completa fruizione.

Gli scatti raccontano di un modo di fare turismo che oggi non esiste più, né può esistere: sulle piramidi ci si poteva arrampicare, legati in cordata con un canapo fatto di stracci. Emoziona la fotografia di Abu Simbel, scattata dall'alto della duna che ancora ricopriva mezzo tempio, visibile parzialmente sotto una quarantina di metri di sabbia.
Il nostro mostra anche una buona disposizione per la cronaca. C'è nei momenti in cui bisogna esserci, come ogni goleador che si rispetti: scatta lui l'ultimo ritratto a Giuseppe Verdi prima della morte del compositore, è presente alla posa della prima pietra della diga di Assuan, immortala al volo la visita di Vittorio Emanuele III e Alberto I di Belgio nelle retrovie del fronte sul Carso.

Non è tutto d'acciaio, il Capitano. Con italico senso dello sberleffo fotografa un bel cartello a Varazze: "per ordine dell'autorità militare è vietato usare macchine fotografiche". E fotografa sempre con una certa voluttà le belle giovani somale, integralmente nude: forse da qui si capisce come mai abbia preferito restare uno scapolone impenitente fino a tarda età.

Ma ciò che maggiormente colpisce è l'istinto da fotografo di razza, che lo porta a cogliere sprazzi di vita con lo stesso occhio che poi ritroviamo nei grandi maestri dell'obbiettivo, da Capa a Salgado. I suoi sono squarci di un realismo quasi programmatico, intriso probabilmente della grande arte a lui contemporanea - gli scugnizzi di Vela, gli orizzonti solari di Fattori. Al centro ritroviamo muratori, mozzi, pescatori, panettieri, in pose estemporanee, per quanto lo permettessero i mezzi tecnici di allora (al massimo avrà detto "ehi, tu, fermo un attimo, così... bravo, grazie").
Quest'ultima è forse l'unica piccola mancanza della mostra, dove non avrebbe stonato un approfondimento sulle "tecnologie" fotografiche a disposizione del Capitano. Giusto per capire come se la potesse sfangare un esploratore di fine ottocento, a dorso di mulo e a diecimila chilometri dal primo telegrafo, senza una Nikon reflex D70 digitale con una memoria SD da 2 giga.

La mostra non finisce con le 50 foto genovesi, ma si completa con altre due esposizioni-corollario fuori provincia. A Finalborgo (Museo Archeologico del Finale - Chiostri di Santa Caterina, fino al 15 ottobre 2006) sono esposte una quarantina di immagini scattate nel finalese, mentre a Noli (Fondazione culturale Sant'Antonio, dall'8 dicembre 2006 all'8 gennaio 2007) troveranno posto le fotografie del borgo ligure, dove il Capitano aveva la dimora estiva.
 
 
 
 
 
 
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Capitano d'Albertis 2
© foto: Museo delle Culture del Mondo - Castello d'Albertis
 
   
 




 

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