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Spettacoli
Mauro Pagani
© foto: www.officinemeccaniche.biz
 

Mauro Pagani: «Faber il più grande»

 
Intervista con il coautore di 'Creuza de ma'. Dalla PFM ai suoni mediterranei. Un'antologia vivente della musica: «suonerò finché posso»
 
   

     
1 agosto 2006
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di
Daniele
Miggino
   
Sestri Levante (GE). Da avanguardia del rock progressivo con la PFM a precursore della world music, fino a produttore nelle sue Officine Meccaniche milanesi. Tutto questo è Mauro Pagani, sessant'anni, coautore con De Andrè di due album rimasti nella storia: Creuza de ma e Le Nuvole.
Venerdì 4 agosto, alle 21.30, si esibisce a Sestri Levante (spiaggia dai Balin) nell'ambito della rassegna Palco sul Mare. L'ingresso è gratuito.

La Premiata Forneria Marconi è tutt'oggi l'unica band italiana che ha raggiunto le vette delle classifiche Uk e Usa, ma lui ne parla come di un passato superato da tempo. In questo ha influito tantissimo l'incontro con Faber.
«I musicisti rock vivono i testi come una croce - dice Pagani - aspettano la fine del cantato per iniziare a suonare. Lavorare a fianco di Fabrizio giorno per giorno è stato per me una scuola impagabile. Insomma, lui è il più grande».
Cosa ti ha stupito di più di lui? «Aveva uno straordinario dono per il racconto e la sintesi - continua - Quando abbiamo fatto Le Nuvole io gli ho proposto i provini e lui ha detto subito "vanno bene così". I successivi sei mesi li ha passati in mezzo tra me e loro per evitare che li rovinassi. Fu una lezione di sobrietà. Io venivo dal prog, uno stile pieno di note, di assoli, tanto di tutto».

Il fulcro del live, in cui c'è un tributo alla PFM, è però incentrato su Creuza de ma 2004 - la rivistazione disco del 1984 - su Mauro Pagani e Domani, gli altri suoi album solisti.
In Creuza de ma 2004 canta lo stesso Mauro.

Come ti sei trovato con il genovese?
«Ho una conoscenza molto limitata del dialetto, ma quel poco lo so alla perfezione. Anche se in questo campo ci sono dei limiti invalicabili. Tieni presente che già mentre Fabrizio ed io lavoravamo insieme, ero il primo a provare il cantato, ad adattarlo alla musica. Dopodiché l'ho seguito per quindici anni nei concerti. Insomma, sono parole e suoni che ho ben impressi».

Sul palco Pagani è accompagnato dai musicisti che lo seguono da una decina d'anni: Giorgio Cordini (chitarre, mandolino, coro), Joe Damiani (percussioni, batteria), Max Gabanizza (basso), Eros Cristiani (tastiere, fisarmonica).

In tanti anni di carriera ha collaborato con nomi notissimi del panorama italiano - Pierangelo Bertoli, Eugenio Finardi, Vasco Rossi, Gianna Nannini, Timoria, Bluvertigo, Almamegretta, Elio e le storie tese, Ligabue - tanto per dirne qualcuno.
Ma anche come produttore riscuote un grande successo. Nei suoi studi un giorno trovi i Muse, un altro gli Audioslave, i Casinò Royale o Howie B.

Che aria si respira alle Officine Meccaniche?
«Secondo me è il trionfo del modo italiano di vivere la creatività: la bottega. Qui ognuno lascia qualcosa, siamo circondati dall'affetto di quelli che sono passati. Il problema è che, a volte, non se ne vogliono più andare, il che allunga la postproduzione».

Tu come ti comporti?
«Cerco di essere il più trasparente possibile. Non voglio essere la tassa da pagare per quelli che vogliono venire qui. Spesso non entro nemmeno, non mi faccio vedere».

Ma con i Muse è andata diversamente...
«Beh, loro la collaborazione me l'hanno tirata fuori. Matthew (Bellamy, il leader del gruppo n.d.r.) mi ha detto che voleva contattare qualcuno che gli curasse la parte degli archi. Io gli ho elencato qualche nome. Poi ha aggiunto che voleva qualcuno esperto di musica mediorientale. Allora gli ho detto che io qualcosa avevo fatto, gliel'ho fatto sentire ed è rimasto entusiasta».

Come ti districhi tra studio e stage?
«È faticoso, ma mi diverto ancora tanto. Finché ne ho voglia, finché la salute me lo permette voglio suonare. E poi mi piace girare, andare in hotel, esibirmi dal vivo».

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