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Società & Tendenze

La lunga notte di Beirut

 
Una nostra amica è scappata dalla capitale del Libano pochi giorni fa. Ci racconta le ultime paurose ore: le bombe, il panico, la fuga
 
   

     
31 luglio 2006
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Beirut
Martina Bacigalupo era a Beirut quando è scoppiato il finimondo. Era lì per lavoro: stava preparando un reportage sui superstiti della strage di Sabra e Shatila quando, tra il 16 e il 18 settembre 1982, le milizie cristiane libanesi massacrarono migliaia di palestinesi.
Ironia della sorte, mentre cercava di recuperare la memoria di quelle lontane giornate, una nuova tragedia le è piombata addosso. Quando è tornata in Italia ci ha raccontato la sua Odissea, per iscritto.


Un giovedì mattina di luglio, a Beirut, ci sveglia una telefonata a dire non uscite di casa. Accendiamo la televisione e i telegiornali dicono che siamo in guerra - si vedono carri armati, soldati, scoppi, famiglie che scappano, avanzi di case. Mi affaccio alla finestra e non vedo niente. La vita scorre come al solito e dopo mezza giornata mi sento una pazza rinchiusa ed esco. Vicino a casa c'è un parco - mi siedo su un'altalena vuota. Dondolo annusando un'aria che appiccica. C'è solo acqua dentro quest'aria. Siamo in guerra, dicono, ma qui non la vediamo.

Poi la notte.

Una scossa profonda, che continua a scuotere anche quando è finita, che la terra se la tiene dentro e la porta nel fondo. E poi un'altra, e un'altra ancora. La terra trema senza pausa. Una scossa dentro lo stomaco, che ti sveglia nel mezzo della notte calda di Beirut; gli occhi spalancati, che ti obbligano a sentire ancora, fino all'arrivo del sole.
La notte piena di rumori e il giorno, a tacere sulle sue rovine. Solo - il canto del gallo del vicino, senzasenso.
È il mio primo giorno di guerra. Non so cosa dire, non conosco i nomi delle cose che succedono qui, non so come chiamare quello che vedo.

Siamo in strada e un'altra volta la vita sembra normale, poi passa un aereo e mi trovo a cercare qualcosa nel cielo troppo luminoso - che tanto non si vede niente - e intorno a me altri visi, a guardare in alto. La strada si ferma: siamo libanesi, francesi, musulmani, cristiani, neri, bianchi, privilegiati, poveracci (la guerra non fa caso a questa sciocchezza della differenza, che noi sembriamo avere tanto a cuore), coi nasi allinsù e la stessa paura, che non ha nome.
Mi accorgo che passo il tempo ormai a tendere occhi e orecchie, con una paura nuova, ad ogni suono basso, ad ogni motorino acceso, ad ogni gru che si muove.

Non abbiamo più elettricità - la pozza d'acqua sotto al frigorifero si espande velocemente, il cibo inizia ad andare a male. Voli spaventosi coprono il cielo tutto il giorno estenuando la città, gettando volantini di minaccia. Siamo in attesa della notte ma lo scoppio arriva che il sole è ancora alto.
Stavolta siamo nel quartiere musulmano, al sesto piano di un palazzo. La scossa rimbomba larga. Il rumore è vicino, entra nello stomaco che bisogna vomitarlo per farlo andare via. Abbiamo paura. Un secondo scoppio, un terzo, un quarto. Ora non contiamo più: qualcuno apre la porta e dice scendiamo.

Un fumo nero copre la sera.

Cerchiamo un taxi per tornare a casa, ma la notte sta arrivando e abbiamo paura che dagli aerei si vedano le luci nella strada deserta. Abbiamo paura dei ponti. La strada luccica nell'ultima luce, non c'è nessuno nel silenzio della strada grande del centro. Ma in qualche modo arriviamo a casa, con un taxista che conosce già la guerra e la sfida.

Quella notte ci chiamano di nuovo: evacuano tutti. Prepariamo uno zaino veloce e lasciamo Beirut all'alba, passando per il nord. È l'ultima strada: qualche ora dopo il nostro passaggio non esiste più. Viaggiamo per due giorni, siamo cinquecento. Non si parla molto. Arriviamo in Italia senza fiato e senza parole, tentando di mettere insieme il puzzle della nostra ultima storia.

Una notte che non si può dormire dall'afa scrivo - mi manca l'aria e soffoco in questo circo delle cose piccole, e ho paura di dimenticare. Leggo e ascolto di un mondo che è troppo lontano per esistere davvero, lo leggo confuso, distorto.
Ci si sente informati e non è che plastica quella con cui ci riempiono le orecchie e la bocca, che così non possiamo piu sentire e, ancora più importante, non facciamo più domande.
Ho paura di morire in questa performance di divertimenti e pseudo informazione.
Ho paura di dimenticare.

Passa un aereo in questo calmo cielo occidentale - qualcuno canta dalla strada guardando in alto, felice. Io rimpicciolisco nella finestra, aspettando il suono sordo, l'eco che segue.
Ma non arriva, questa volta. Un sollievo.
Poi, uno sgomento lungo - ho già dimenticato.

E penso a quelli della notte di Beirut, che non sono potuti partire.
Penso ai loro occhi tesi, nella notte mediorentale.
Alla loro lunga, terrificante attesa.

Martina Bacigalupo
 
 
 
 
 
 
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