Questo è il settimo intervento di Go! La cultura che cambia la città, rivista online ospitata da mentelocale.it.
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Di fronte all'
emorragia progettuale di Genova capitale della Cultura 2004, pochi si sono interrogati sull'effettiva necessità di questo piuttosto che di quell'evento (parola,
evento, sempre più vuota, sempre più "passe-par-tout", parola-feticcio che in pochi anni di moda rischia di già, per restare in metafora... di non aprire più niente) e dei progetti culturali che stavano dietro, o che avrebbero dovuto star dietro, ai singoli
happenings (per dirla europeizzando), a mo' di pungolo e puntello.
Passata la festa, gabbato lo santo dice un proverbio, specchio di una sapienza popolare che non falla. E infatti pochissimi, con l'
annus mirabilis alle spalle, si sono soffermati a riflettere su
quale sia l'effettivo lascito alla città dell'esperienza 2004 in termini di continuità, di prospettiva perlomeno a medio periodo, quando non, addirittura, diononvoglia, in termini di strategia culturale a lungo o lunghissimo periodo.
Gabbato due volte lo santo, mi verrebbe da dire, proprio perché l'evidente incapacità di auto-riflessione di torme di operatori culturali, amministratori e
stakeholders, in realtà, corrisponde puntualmente a quanto in virtù dell'investitura di Bruxelles è andata rivelandosi con malcelata evidenza una
miope, diffusa insipienza prospettica.
Con ciò intendo dire molte cose, cose che sarebbe noioso elencare, e perfino, in un'atmosfera satura di mugugni, in qualche modo imbarazzante.
Una in particolare, tuttavia, di queste cose che evoco ma non elenco, mi sembra comunque necessario esplicitarla: il 2004, pur con tutti i suoi lustrini e - beninteso, ci mancherebbe - pur con tutte le "aperture" a diversi livelli che ha significato, ha portato alla ribalta continentale
i limiti strapaesani di una progettualità culturale centripeta, votata quasi sempre all'osservazione del mondo a partire dal suo ombelico, Genova - Genova l'
omphalos superbo, Genova la morente, la sempreverde non-(più)-provinciale non-(ancora)-internazionale preda di una sbornia contenutistica destinata a lasciare poca traccia...
Non fosse, però, e qui vengo alla buon'ora al punto, che per il Centro Culturale Europeo. Non fosse che per questa iniziativa, il
Centro Culturale Europeo di Genova della Fondazione Carige, che ha del prodigioso, per questa realtà mirabilmente votata al futuro che sembra calare in mezzo a noi come da un'astronave di marziani da un cielo ulteriore, e che invece,
conoscere / frequentare per credere, è il frutto, semplicemente, di un'
idea.
Di un'idea semplice, per giunta, come sono semplici, di solito, le idee geniali - che non fanno altro, alla fine, se non
prendere, rivoltare e riassumere la materia delle vecchie, inutili idee in un progetto finalmente orientato verso un Polo nuovo, mai visto prima.
Ma qual è, detto questo, quella fortissima idea? Ecco, semplificando, direi che quell'idea è
mettere insieme le forze vive che fanno cultura europea a Genova per aprire Genova alla vivacità della cultura europea, e, di riflesso, per aprire gli occhi dell'Europa alla vivacità della cultura genovese.
Stringere in un progetto comune gli istituti e i centri culturali europei attivi sul nostro territorio ma non solo (al Centro Culturale di Genova collaborano anche due istituti romani - l'
Accademia di Ungheria e l'Istituto Svizzero - e uno milanese - l'
Istituto Cervantes) significa contribuire a favorire in modo non soltanto rapsodico quel difficile processo d'aggregazione che costituisce la scommessa più ardua del progetto morale che ci hanno abituati, a ritmi sempre più incalzanti, a chiamare Europa.
Più in profondità, costituito un tavolo comune di indirizzo che fa dialogare (per adesso)
italiani, francesi, tedeschi, spagnoli, polacchi, svizzeri, austriaci e ungheresi, costruire un programma condiviso che sappia mettere in luce insieme i nodi problematici essenziali e le ragioni storicamente ineludibili di una grande, assai concreta utopia che tutti li / ci coinvolge, vuol dire lavorare alla creazione di una coscienza europea finalmente matura, rispettosa delle differenze e consapevole del valore delle pluralità identitarie che costituiscono il volto paradossalmente unitario della nostra "comunità di destino". E qui mi fermo, perché non voglio portare il mio discorso troppo oltre, complicarlo, intellettualizzarlo più di tanto.
L'idea centrale , alla fine, resta quella che ho scritto in corsivo. Ed è un'idea che merita la semplicità di un ringraziamento, più di mille parole in margine. Al di là dell'eccezionalità di Genova 2004, il Centro Culturale Europeo, che è
nato grazie alla ormai "consueta" lungimiranza della Fondazione Carige, l'unico soggetto istituzionale sul territorio, mi viene da riflettere, a garantire pressoché infallibilmente della qualità culturale delle iniziative che decide di supportare, resta il regalo più bello, più ricco di futuro culturale della nostra città.
E' il frutto incomparabilmente originale di una intenzione nuova e giustamente ambiziosa,
lo strumento operativo di un metodo (auto)conoscitivo che riguarda tutti noi cittadini genovesi
in quanto europei. Basta sfogliare, in fondo, il libretto che illustra le attività del Centro nei suoi due primi anni di vita, per rendersene conto.
Conferenze, tavole rotonde, mostre, festival e rassegne stanno tutti lì a testimoniare la visionarietà per così dire "avanguardista" e, insieme, l'estrema concretezza di un lavoro instancabile per il quale Genova, oltre il canto delle (fin troppe) sirene del 2004, si affermerà (si sta già affermando) come un polo di riferimento internazionale per chi, guardando in se stesso per quanto saprà guardare oltre il proprio piccolo orizzonte, vorrà fare per davvero
cultura europea.
Di questo, noi genovesi siamo chiamati a renderci conto. E nonostante tutto il niente intorno al Centro ad andarne fieri.
Olivier Ebner