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Aden
© foto: Alessio Balbi
 

Viaggio nell'Islam

 
Aden, la cittą costruita dentro un antico cratere. E dopo una settimana di burqa, cominci ad apprezzare quel poco che si vede delle ragazze
 
   

     
1 luglio 2006
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Aden. Una foglia lunga circa dieci centimetri, cosparsa di colla, con tabacco e svariate spezie sopra, il tutto piegato in due e via in bocca. E come al solito mastichi e sputi, e sputi anche per tanto. Ecco la colazione del portiere dell'albergo mentre mi accompagna alla centrale di polizia per l'ennesimo permesso di transito.
La città vecchia di Aden è in una posizione quantomeno unica al mondo: all'interno di un cratere di un vulcano spento. Un anfiteatro formato dal cratere circonda per i tre quarti la città lasciando al mare il compito di chiudere il cerchio. Dalla centrale della polizia, leggermente rialzata, lo spettacolo è divino. Provo a fare una foto, ma i militari mi bloccano immediatamente. Non si possono far foto se non con il permesso del colonnello, dal quale mi accompagnano. Questo mi liquida con un perentorio quanto maleducato goodbye.
Accanto alla caserma c'è un palazzo in costruzione, lo raggiungo, riesco ad entrare in qualche modo e, arrivato sul tetto, faccio con calma tutte le mie fotografie all'anfiteatro del cratere non tralasciando un simpatico cenno di saluto ai militari che mi stanno guardando, urlandomi di non fotografare la caserma. Saluti al colonnello...

Per colazione provo un gustosissimo succo di guava, mai sentito prima. Passeggio fino al mare, la spiaggia è un ammasso di detriti maleodoranti. Un ragazzo seduto sul cartone pulisce un pesce con un coltellaccio, i gatti banchettano poi con gli avanzi. Vedo per la prima volta da una settimana qualche rara donna col volto scoperto. Devono essere meno integralisti qui in città.

Ad Aden pulsa il commercio. Ovunque negozi, ambulanti e carretti vendono le loro mercanzie. Il profumo dell'incenso mi strega: parte da qui l'antica via dell'incenso.
I poveri dormono per terra ovunque, in ogni posizione: tra la spazzatura, per terra, con la faccia sull'asfalto.
Visito le antiche cisterne di Aden. Sono splendide: partono dal punto più alto della città, da una parete del cratere, e tramite un sistema di cisterne, canali e gradoni permettono di raccogliere acqua. Dalla cisterna più a monte, una volta colma, l'acqua fuoriesce verso le successive e così via fino al mare in una sequenza quasi "perpetua". Una festa per qualsiasi ingegnere: e pensare che sono state costruite duemila anni fa!

Anche il vecchietto della biglietteria è molto particolare. Utilizza uno strano salvadanaio: mette i soldi sopra la testa, coprendoli poi con il berretto bianco per non farli vedere. Si sente un'allegra marcetta rullata dagli altoparlanti della scuola elementare.
Un topo giace stecchito sul marciapiede davanti ai negozi, nessuno se ne cura. Un altro invece dev'esser lì da molto: è rinsecchito sotto il sole.
Le ragazze più "ribelli" hanno i jeans sotto al velo: sono piuttosto socievoli con lo straniero, da queste parti. Mentre Ride the lightining è adesso la mia colonna sonora una ragazza dal volto scoperto guarda e sorride al ragazzo con le tasche nelle braghe, lo zainetto e i fili nelle orecchie. È bellissima nei suoi lineamenti somali.
Un vecchio è accasciato immobile per terra con la testa sul marciapiede: entrando per informazioni nella libreria statale i portinai hanno un materasso al posto dell'ufficio e danno indicazioni da sdraiati.
Un signore africano, mentre mangia le foglie, mostra il pollice in segno di ammirazione al turista, forse l'unico che gira da solo nella città vecchia.
Sono questi i momenti che danno forza ed entusiasmo nel viaggio del turista solitario. Da una settimana esclusivamente donne con il velo nero: inizio adesso a trovare intriganti ed affascinanti certi sguardi di ragazze, per quanto assolutamente riservati.

Bevo una bibita davanti al mercato e cerco un bidone per la bottiglietta. Un tipo distinto mi vede e mi chiede in perfetto inglese se ho bisogno. Chiedo allora dove è un cestino, questo mi prende la bottiglia e cacciandola per terra mi dice: «anywhere!».
Non esiste il concetto di tenere pulito il suolo pubblico in Yemen.

Vado a visitare il mercato: una gran schifezza, i venditori sdraiati, la struttura all'aperto è fatiscente, banconi in cemento con tettoie in lamiera. Assolutamente tutto malconcio. Si vende qualche stoffa, qualche verdura, ma essenzialmente qat.
Provo ad entrare anche nel mercato della frutta, putrido e maleodorante, ma dopo la prima rampa di scale un ragazzo cotto dal qat e dal narghilè che sta fumando mi ferma dicendo che il mercato è casa sua, ma che se voglio posso attaccarmi alla canna del suo narghilè. Rinuncio a visitare il secondo piano del mercato della frutta.

Dopo un rinfrescante break in albergo riprendo il giro per la città vecchia ascoltando i frenetici ritmi digitali degli Underworld. Born slippy tra i burka è quanto di più improbabile abbia mai ascoltato!
Al ristorante, essendo l'ultimo giorno di "mare", decido di ordinare pesce, ma quando mi arrivano le aragoste impanate e fritte come delle semplici milanesi rimango di pietra.
Corro a dormire presto: domani la sveglia è di nuovo alle 5: si parte per San'a, la capitale.

Alessio Balbi
 
 
 
 
 
 
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© foto: Alessio Balbi
 
   
 




 

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