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Go! La cultura si fa Master

 
La formazione per il management culturale può essere una grande risorsa. Appunti su un riuscito esperimento genovese. Di Ferdinando Fasce
 
   

     
28 giugno 2006
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Studenti dinamica
Questo è il quinto intervento di Go! La cultura che cambia la città, rivista online ospitata da mentelocale.it.
Buona lettura, e se volete partecipare al dibattito inviate i vostri interventi (non meno di 1800 battute) a rgrozio@libero.it, indicando nell'oggetto: GO!, oppure, se brevi, aggiungete il vostro commento nello spazio "Che ne pensi?" in fondo al format, dopo esservi registrati a mentelocale.it.
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Ci sono molte ragioni che fanno sì che in Italia l'espressione "management culturale" sia considerata da non pochi un ossimoro, una contraddizione in termini, un costrutto fuorviante, fatto di cose inconciliabili e che anzi è bene tenere rigorosamente separate.
La prima e più recente viene dalla pesante ombra che, come hanno notato autorevoli osservatori quali Guido Rossi, Giulio Sapelli e Luciano Gallino, i recenti scandali finanziari italiani e internazionali rischiano di gettare sulla nozione stessa di management. Su questo impulso contingente si innestano poi fattori nazionali di più lungo periodo, quali l'inveterata, e spesso giustamente denunciata, difficoltà a sviluppare una cultura pragmatica, industriale, produttiva e d'impresa in Italia; l'ancora più inveterata difficoltà a incentivare ricerca e sviluppo; e il grave stato nel quale versa, come ha a più riprese sottolineato Salvatore Settis, la gestione del nostro patrimonio culturale e artistico, il che può far pensare che sia impossibile coniugare i due termini "cultura" e "buona amministrazione".

Ci sono, però, tre robuste tendenze che agiscono nell'altra direzione, sollecitando l'accostamento e l'integrazione, in un circolo virtuoso, tra "management" e "cultura".
La prima e più evidente è l'esplosione, l'allargamento e l'estrema diversificazione delle attività culturali come realtà economica, fonte di ricchezza e produttrice di significato per istituzioni, luoghi e persone, nell'età neo o post-industriale, del terziario e quaternario e del tempo libero.
La seconda è l'importanza del fattore culturale come elemento di confronto e interazione fra gli individui, i gruppi e i paesi, in un mondo globalizzato; un mondo che, attraverso le trasformazioni tecnologiche ed economiche e le nuove migrazioni di massa, sfida e aggira le tradizionali barriere degli stati-nazione, mette in contatto d'improvviso realtà profondamente diverse, innesca inedite forme di interdipendenza e scatena altrettanti nuovi potenziali conflitti.
La terza è il fatto che, se si riprendono in mano grandi classici della migliore tradizione di pensiero manageriale novecentesca come Chester Barnard o Mary Parker Follett - spesso invero dimenticati da molti - la dimensione culturale emerge immediatamente come centrale nella direzione aziendale e nell'arte del management.

Per Barnard le "funzioni della direzione" sono appunto un'arte, una sensibilità, qualcosa che appartiene alla dimensione estetica, e non a una meccanica e unidirezionale applicazione e trasmissione dall'alto di formule che si presumono individuate una volta per tutte e applicabili, come tali, sotto ogni latitudine. Alla base del buon funzionamento di una struttura, dice Barnard, c'è un forte senso di cooperazione, da costruire pazientemente nel tempo come frutto dell'intreccio fra la dimensione formale, "essenziale all'ordine e alla coerenza", e quella informale, cruciale per la "vitalità" dell'organizzazione.
Fattore strategico della cooperazione è la leadership, il cui elemento dinamico è la "creatività morale, che precede, ma è a sua volta inestricabilmente legata, alla competenza tecnica e allo sviluppo delle tecniche a essa relative".
Cooperazione, intesa come il prodotto del conflitto e della esplicitazione e composizione delle differenze; leadership, intesa come incessante e fruttuosa relazione di scambio e discussione a tutti i livelli; e soprattutto ascolto nei confronti dei segnali deboli e apprendimento del management "dalla saggezza di tutti quelli con cui [i manager] lavorano e vivono" sono i fondamenti della significativa lezione di Follett, che, dopo un lungo oblio, è stata per fortuna riscoperta dalle scienze organizzative nell'ultimo decennio.

Su queste basi, raccogliendo le sfide e le opportunità poste dal fattore cultura sia come settore economico, sia come irrinunciabile veicolo di scambio e relazione e di convivenza pacifica, e facendole interagire con le sollecitazioni provenienti dalla tradizione manageriale più creativa e con impulsi teorici tesi a superare le barriere disciplinari e i paradigmi acriticamente consolidati, a partire dagli anni ottanta e soprattutto novanta sono cresciute, in Europa e in Italia, una riflessione e una prassi volte alla formazione del management culturale.

Al loro interno va oggi annoverato a pieno titolo il Master in Management Culturale Internazionale (www.master-mci.unige.it) organizzato dall'Università di Genova, in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri.
Lanciato nel 2001-02 e coordinato per la parte scientifica da docenti della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere e della Facoltà di Scienze Politiche e per la gestione amministrativa da PerfForm - Centro universitario per la formazione permanente, il Master è stato ideato e programmato mediante un approfondito confronto con analoghe esperienze internazionali e un costante dialogo con esperti e protagonisti del settore.
Suo obiettivo è la formazione di operatori culturali altamente qualificati, in grado di inserirsi professionalmente nel settore, complesso e in costante ridefinizione, delle relazioni culturali nazionali ed europee: ovvero in istituzioni culturali internazionali, istituti italiani di cultura, rappresentanze diplomatiche e consolari, enti e istituzioni, pubblici e privati, impegnati nella gestione di eventi e attività culturali di apertura internazionale.

Giunto oggi (2005-06) alla sua quinta edizione, il master può vantare consolidati risultati sul triplice terreno della qualità dell'offerta formativa, delle opportunità professionali concrete per coloro che lo hanno seguito e del suo insediamento a livello nazionale e internazionale.
Della qualità dell'offerta formativa fanno fede sia la compattezza del programma, affidato a docenti universitari e professionisti di indiscusso rilievo internazionale provenienti da tutta Italia e da varie istituzioni europee, sia l'ampiezza e la ricchezza delle esperienze di stage, rese possibili in larga misura dalla collaborazione del Ministero Affari Esteri e dalla sua offerta di periodi formativi presso la Farnesina, Consolati, Ambasciate, Istituti Italiani di Cultura all'estero. Per non fare che qualche esempio, gli stage hanno riguardato enti quali il Museo di Arte Contemporanea, l'Auditorium, la Fondazione Accademia Nazionale di S. Cecilia a Roma, l'Unesco, il Consolato di Shangai e l'Ambasciata d'Italia a Mosca, gli Istituti Italiani di Cultura di Belgrado, Bruxelles, Città del Messico, Colonia, Malta, Los Angeles, Madrid, New York, Salamanca, San Paolo e Zurigo, i Comitati "Genova 2004 Capitale della Cultura" e Lille 2004, grandi manifestazioni culturali e case editrici nazionali, prestigiose istituzioni nazionali come la Triennale di Milano e enti locali.

Indirizzato a una trentina di studenti, altamente selezionati, provenienti da tutta Italia e dall'estero (un quinto degli iscritti sono stranieri), il programma è articolato in 600 ore in aula, in cui vengono approfonditi principi e metodi di project management, marketing culturale e organizzazione e gestione delle risorse e 400 ore di stage presso istituzioni pubbliche e private, organismi comunitari e internazionali e fondazioni.
Dell'insediamento internazionale del programma sono prova le collaborazioni didattiche con analoghi master come, ad esempio, quello dell'Università di Nizza, e gli accordi in via di definizione con altre sedi europee, statunitensi e canadesi. Di grande interesse è poi il collegamento con il prestigioso European Network of Cultural Administration Training Centres.

Il Master in Management Culturale Internazionale è dunque una prova di come si possano coniugare "management" e "cultura", nell'ottica di un buon governo delle attività culturali e della formazione di professionisti competenti e cosmopoliti, capaci di trasformare in opportunità di crescita economica e civile le sfide di un mondo globale, sensibili alla costruzione condivisa di destini e vocazioni sopranazionali.
Anche e soprattutto così, Genova può consolidare le sue ambizioni concrete di città di cultura.

Ferdinando Fasce
Università di Genova
 
 
 
 
 
 
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