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Yemen, pickup militare
© foto: Alessio Balbi
 

Viaggio nell'Islam

 
Via, verso Aden. Undici posti di blocco. Sulle montagne sono tutti armati: capre e mitra. Si mette male, meglio partire. Di Alessio Balbi
 
   

     
17 giugno 2006
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Mi sveglio alle 5 ed incredibilmente le moschee stanno già "urlando" i loro versetti di corano nella città deserta. Alla stazione degli autobus mi dicono che quello per Aden è completo, nonostante ieri mi avessero detto che non è necessaria la prenotazione. Dopo un "allegro" scambio di opinioni col responsabile gli chiedo se esistono taxi collettivi che coprono la stessa tratta, mi risponde possibilista, e mi indica dov'è la stazione dei taxi per Aden.
Arrivato alla stazione non soltanto la vettura c'è ed è confortevole, ma riesco pure ad accapparrarmi l'ambitissimo posto a fianco all'autista.

Alle 7.30 partiamo, all'inizio del tratto montuoso il primo posto di blocco, stiamo fermi un quarto d'ora.
Nessuno parla inglese, so di essere io la causa di tanto ritardo. Prima di ripartire sale un militare armato di mitragliatrice: sarà il mio body guard. Siamo adesso in dodici in auto, e non nascondo di iniziare a provare una certa preoccupazione: viaggiare accanto ad una mitraglia è una novità, e non proprio tranquillizzante.

Lungo il percorso vedo coesistere intrecciate piccole dune di sabbia e rocce, risuona altissimo il raï dalle casse gracchianti dell'auto, niente più case di fango, adesso capanne in legno. Solo dune adesso nel deserto. Dopo un'ora scende la mitraglia ed il mitragliere. Alle 9 inizia uno sterrato, un enorme cartello indica la direzione per la grande fabbrica che nel deserto sputa fumo bianco, il suo nome è funesto: BINLADEN GROUP.
Il conducente fa bruschi movimenti per evitare le voragini nella strada. Alle 9.30 un altro posto di blocco: l'autista offre delle foglie al comandante, questo lo prende per la mano allontanandosi, ci aggregano ad un'altra vettura già scortata, penso all'interno ci siano uomini d'affari.
I passeggeri della mia auto invece d'esser quantomeno indispettiti per i ritardi da me causati, mi guardano con un aria quasi umile, come a chieder scusa del "disguido", del quale si sentono colpevoli come yemeniti.

Per la strada un uomo cammina armato di kalashnikov, la sabbia sembra adesso pennellata sulle alte rocce. Alle 11.30 i piccolini escono dalle scuole, nulla è uguale a noi qui, né orari, né usi: ieri sera, sabato, per le vie del centro, neanche una ragazza, le strade gremite di soli maschietti. Forse le ragazze non possono uscire la sera, impensabile per noi.

A mezzogiorno il terzo controllo. Per evitare perdite di tempo mi giro dall'altra parte, guardo fuori dal finestrino, il militare fa due risate con l'autista, e non si accorge della mia presenza, anche grazie alla mia carnagione, ormai talmente bruciata dal sole del deserto che potrebbe quasi farmi passare per arabo. Questa volta si scampa la mitraglia.

L'armonioso Mozart mi accompagna in questo viaggio, ritornano di nuovo i paesi costruiti con mattoni di fango. Al quarto controllo alle 12.30 i poliziotti farneticano qualcosa, poi ci scortano con una Toyota militare con tre uomini armati.
Assan, un ragazzo nell'auto, parla inglese: mi spiega come i controlli si siano decisamente intensificati per via di un'ipotetica "guerra dell'integralismo islamico all'occidente". Chiedo se si riferisce alle vignette danesi, "non soltanto, c'è dell'altro", e mi sussurra qualche frase che sinceramente ho preferito non capire per restar fuori da ogni commento. Quindi svio sbuffando e imprecando contro il caldo.

Saliamo sulla montagna: sono territori pericolosi, perché meno controllabili. La comitiva arranca sotto il sole cocente: la polizia per prima, il nostro fuoristrada per ultimo, in mezzo quello degli uomini d'affari. Questi hanno sui vetri un enorme adesivo dell'assicurazione AXA INSURANCE, la cui polizze, mi spiegavano, sono come titoli al portatore in caso di problemi o di sequestro.
Arriviamo in un paesino, l'aria è glaciale nonostante i 40 gradi, tutti - dico tutti - gli uomini sono armati. Mitraglie, fucili, kalashnikov, facce da galera e facce da imbecilli, tutti con l'arma a tracolla. Guardano la comitiva con sguardo impertinente. Capre e fucili.

La comitiva si ferma, è l'ora di pranzo: ma sti cazzo di militari ci han fatto perdere due ore coi loro controlli e si fermano a mangiare proprio nel paese dove ci sono più armi che pietre? Non potevano fermarsi prima della salita dove tutto era sotto controllo?
Rimango senza parole, scendo dal fuoristrada, ho sempre ad un paio di metri un soldato armato che mi segue. Il posto è orrendo, neanche danno un foglio di giornale per mangiare, il pollo passa di mano in mano. Bevo una bibita, provo ad offrirne una al militare al mio fianco ma rifiuta.
Gli uomini d'affari sono francesi, vengono dal zona del Cognac, sono anche loro piuttosto preoccupati, mi dan del pazzo quando sanno che viaggio da solo. Vorrei rispondere che loro sono molto più a rischio di me perché non viaggiano con degli yemeniti, ma lascio stare, non mi interessa adesso, il caldo rende l'odore ancora più penetrante e soffocante.

Due ceffi seduti mi guardano ghignando, con le mitraglie sul tavolo e le capre intorno. Ossa di pollo sono sparse un po' ovunque sui tavoli unti. Mi avvicina un ragazzo armato, mi chiede da dove vengo, faccio finta di non capire. Il militare lo allontana. Il gestore del ristoro tira sassi a due bimbi mentre chiedon l'elemosina. Basta così, ritorno sul mio taxi: è brutto aver sempre gli occhi di tutti puntati addosso, figuriamoci se tutti sono armati.
Poco dopo arrivano i militari, tengono un bicchiere di tè con una mano, l'impugnatura dell'arma con l'altra, anche loro sono visibilmente tesi. Non capitano spesso turisti da queste parti, mi spiegano, i pochi che visitano lo Yemen usano i pulmann o l'aereo.
La tensione scende un po', trovo il modo di scattare delle foto utilizzando lo specchietto retrovisore del fuoristrada.
All'improvviso due spari, due suoni incredibilmente acuti, sento l'odore della polvere da sparo, è la prima volta in vita mia. Vedo un ragazzo con un fucile in mano guardarsi intorno spavaldo, in cerca di consensi, i ceffi non glieli fan mancare: è il suo personale benvenuto, due suoni incredibilmente acuti.
Quando si parte per certi viaggi, ti aspetti consciamente o inconsciamente momenti come questi, vedere il peggio, ma vedere il vero. Il ghiaccio di quegli occhi, l'arma sulla spalla come unica certezza, l'odore della polvere da sparo, il ghigno e i consensi, la sensazione di disprezzo. Senza capire il perché, senza sapere chi sono e che cosa vogliono.
Ti aspetti consciamente o inconsciamente di vedere il mondo, ma vederlo tutto: quel mondo che non hai mai pensato essere soltanto le luci di Parigi o Las Vegas, ma anche il gelo di queste inutili montagne che, per quanto ho visto, rimarranno nella mia memoria sicuramente a lungo, più dei Campi Elisi o qualsiasi altra sfarzosa luminaria. Ti aspetti consciamente o inconsciamente di non poter capire tutto, ma intanto prendi nota, scrivi tutto con la matita sul taccuino, ogni sensazione, ogni movimento, ogni suono, ogni odore, anche se non capisci nulla di quanto stai vivendo.

Lasciato il paesino dove abbiamo "mangiato" si inizia a scendere. Ci attraversa la strada un branco di scimmioni. Corrono come pazzi, sono almeno una quarantina, saltano, urlano, si arrampicano sugli alberi con un'agilità ed una velocità mai vista,
Alle 14.20 passiamo l'ennesimo posto di blocco, sembrerebbe la "fine delle ostilità": i problemi erano - come visto - sulla montagna.
Ai lati della strada un tappeto di spazzatura, sacchetti di plastica, bottiglie, latte. Sul taxi tutti quanti masticano le foglie, e l'odore del qat si sente forte, ma è piacevole, non mi dispiace.
E' errata la deduzione della "fine delle ostilità": prima, mi spiegano, il pericolo era nel paese, adesso il rischio è di un'imboscata dalla campagna. Vedo che ci segue un pickup militare con una mitragliatrice saldata nel retro e cinque militari, di cui uno - in passamontagna nero - impugna in piedi l'arma.

Un uomo quasi nudo blocca la comitiva, chiede elemosina in maniera pietosa. Tutti offrono acqua, qat e pane. Il paesaggio è brullo, secco e montuoso, è il momento dei Led Zeppelin.
Ore 15, posto di blocco. Consegno l'ennesima fotocopia con il permesso di viaggio, cambia il pickup con mitragliatrice.
15.20, 15.35, 16.20, 16.55, 17.20: altri posti di blocco, i soldati non offrono un'impeccabile immagine dell'arma, hanno tutti la ganascia gonfia e la bocca verde piena di qat. Noto un'altra usanza bizzarra: dopo aver usato lo stuzzicadenti quale posto migliore per non perderlo, se non incastrarlo tra i capelli?

Alle 17.30 riecco il Mar Arabico. Ho ancora un paio di permessi di transito, decido di girarmi dall'altra parte durante i controlli per non farmi riconoscere, ed evitare di rimanere senza.
Alle 18.00 ecco l'ultimo posto di blocco: penso sia l'undicesimo.

Riecco il deserto, con la sabbia che invade l'asfalto. E' davvero affascinante il deserto di dune, oggi ha una conformazione, domani un'altra, tutto a discrezione del vento. Sabbia e solo sabbia, sempre in movimento, così fine, soffia via. Visto il paesaggio, è d'obbligo isolarsi con lo splendido Moon safari degli Air.
Alle 8.20, finalmente, dopo tredici ore di viaggio, riesco a farmi una doccia in albergo ad Aden. A cena mangio il miglior kebab che abbia mai assaggiato, scopro anche che il termine kebab indica la carne di agnello in generale e non il classico panino turco che si intende da noi. Qui è a forma di salsicciotto infilzato per il lungo, cotto alla brace, delizioso.

Mi fermo fino a tardi all'internet point. Quando esco all'una passata è bellissimo il cammino in una città vecchia meravigliosamente deserta, con una fresca brezzolina. "E' bellissimo perdersi in questo incantesimo" direbbe Battiato. La luna che illumina da sopra il lampione, le stelle tra le vecchie case buie. Prendo strade a caso, mi sento terribilmente a mio agio, come fossi lì da una vita, mi godo tutto il refrigerio della notte dopo tanta calura. Alcuni uomini dormono lungo i marciapiedi, i negozi chiusi con le porte serrate, vago per poi trovare per caso la grande piazza illuminata: la strada di casa.

In camera apro la finestra per continuare a vedere lo splendido cielo stellato, ripenso alla giornata, e mi viene in mente una canzone che ascoltavo da ragazzino.

Forse hanno yacht sdraiati sopra i mari, sotto a cieli pienissimi di stelle
con loro donne con il culo al sole, e il sale sulla pelle
O forse sono molto concentrati, e stan studiando nuove strategie
nuove alleanze o forse le mie, son solo fantasie
Ma se per caso alzan gli occhi al cielo, con un cielo come questo
come fanno a non cagarsi sotto, a non sentire freddo
Come fanno i capi della mafia a non pentirsi
come fanno certi potenti a non convertirsi
Loro lo sanno quanto male fanno, loro lo sanno quanto solo un uomo
e sanno bene quanta paura, c'è dentro ad ogni cuore
E sanno bene come ci si arrende, come si arrende e come ci si stanca
di sognare di cambiare il mondo,
Ma se per caso alzan gli occhi al cielo, con un cielo come questo
come fanno a non cagarsi sotto, a non sentire freddo
Come fanno i capi della mafia a non pentirsi
come fanno certi potenti a non convertirsi


Alessio Balbi
 
 
 
 
 
 
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