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Società & Tendenze

Leviamo i niños dalla strada

 
Una soluzione per le baby-gang latinoamericane. Genova cerca di seguire Barcellona. Lunedì 19 i leader delle bande siglano la pace
 
   

     
16 giugno 2006
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di
Giulio
Nepi
   
Stretta Gang
Bande, pandillas, nazioni, associazioni... Ai giornalisti genovesi è un po' girata la testa, giovedì 15, alla presentazione dell'importante convegno Giovani, migranti, latinos. Oltre le bande. Per un percorso di riconoscimento e non-violenza che si terrà lunedì 19 giugno all'Auditorium San Salvatore di Sarzano (ore18.00-22.00).
Già, perché abbiamo capito di non aver capito, ma ce n'è voluto del tempo per capirlo (di non aver capito).

L'attesa era molta, perché lunedì sarà anche l'occasione per veder stipulare la pace fra Ñetas e Latin Kings, le due principali bande giovanili latinoamericane.
Poiché sono mesi che le cronache martellano allarmate sul fenomeno delinquenziale delle baby gang latine che si spartiscono Genova a suon di ceffoni e rapinette, tutti noi ci aspettavamo di incontrare due marcantoni lombrosiani con cappellino e canottiera yankee, pantaloni larghissimi, fazzoletto da bandito sul volto. I quali, dopo aver deposto scimitarre, bazooka e AK47, si sarebbero guardati in cagnesco per un po' prima di stringersi svogliatamente la mano e riprendere ad ammazzarsi dopo cinque minuti.

Capite che di fronte ad una mamma che parla di pace e fratellanza e ad un ciccione pacioso che esige ottimi voti a scuola prima di farti entrare nella banda, ci si sono leggermente sgretolati i pregiudizi.
«L'obbiettivo del convegno di lunedì è appunto fare chiarezza», dichiara Mauro Cerbino, sociologo del FLACSO di Quito, abbracciando Queen Melody dei Latin Kings e Jaime Rivera, leader dei Ñetas.

Chiarezza vuol dire scoprire - come è successo ai cronisti ieri - che le due bande hanno un'etica rigorosa che vieta la violenza, il graffitaggio, la droga. Chi entra deve rigare dritto, buoni voti scolastici compresi. Insomma, le bande - queste bande - possono essere un alleato per risolvere i problemi dei giovani immigrati sudamericani.
A Barcellona l'hanno capito: «dopo due anni di inutili tentativi repressivi, si è deciso di guidare la trasformazione delle bande in associazioni giovanili», spiega Luca Queirolo Palmas, ricercatore della nostra Università. In pratica, il riconoscimento di legittimità li aiuta a non delinquere. Ripete il concetto Cerbino: «vanno riconosciuti come organizzazioni legali e soprattutto bisogna creare degli spazi per loro. A Barcellona ci sono le "Case dei giovani", qui c'è solo la strada».
Risultato, da novembre dello scorso anno nella capitale catalana non c'è più stata una sola violenza imputabile alle mini-gang.

Padre Luis Barrios, sacerdote anglicano autore della pacificazione, conta di ripetere l'esperienza anche qui da noi. Certo, mette le mani avanti, «non è detto che le bande non facciano casini, ma non bisogna generalizzare. A New York se ci sono otto latini insieme sono una banda, se sono bianchi sono una squadra di football. E poi molti, moltissimi, mentono dichiarando di appartenervi, al punto che si sta pensando ad un "tesserino" per riconoscere chi c'è dentro e chi no».

Il problema vero, a Genova, è che non abbiamo a che fare con Ñetas e Latin Kings, ma con pandillas sciolte (il termine tecnico è questo) composte da un massimo di 25 ragazzi. Il panorama, dicono dalla Questura, sta vedendo la fusione dei numerosi gruppuscoli nelle due grandi fazioni, ma al momento né Ñetas né Latin Kings hanno propaggini "ufficiali" sotto la Lanterna.
La domanda cruciale è dunque questa: le due organizzazioni possono assorbire e irreggimentare le famigerate pandillas? «Sì», risponde Cerbino, «o almeno ci possono provare. Qualche potere infatti ce l'hanno».
A Barcellona ha funzionato, qui non ci resta che incrociare le dita e lavorare sodo.
 
 
 
 
 
 
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