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E la scienza abbandonò i laboratori

 
Come affollare una sala parlando di Kant, ontologia e percezione. Il Festival della Scienza entusiasma e apre le menti. Di Nicla Vassallo
 
   

     
14 giugno 2006
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Festival della scienza 2004 (logo in piazza De Ferrari)
Questo è il terzo intervento di Go! La cultura che cambia la città, rivista online ospitata da mentelocale.it. Dopo la presentazione, la storia della Movida e gli interventi dei lettori, tocca al Festival della Scienza.
Buona lettura, e se volete partecipare al dibattito inviate i vostri interventi (non meno di 1800 battute) a rgrozio@libero.it, indicando nell'oggetto: GO!, oppure, se brevi, aggiungete il vostro commento nello spazio "Che ne pensi?" in fondo al format dopo esservi registrati a mentelocale.it. La registrazione - gratuita - vi permette inoltre di ricevere la newsletter con tutti gli eventi genovesi.



Era la primavera del 2003 quando con Massimo Piattelli Palmarini sono andata a trovare Manuela Arata e Vittorio Bo, rispettivamente Presidente e Direttore del Festival della Scienza. Del Festival sapevo poco o nulla e, per intenderci, non sapevo neanche che Massimo ne facesse parte in quanto membro del Consiglio Scientifico. Sta di fatto che in poco meno di due ore Manuela e Vittorio sono riusciti a convincermi che il Festival avrebbe meritato molto: bisognava scommetterci su, anche con un coinvolgimento in prima persona.
In autunno ero lì alla prima edizione, non solo in quanto amica e spettatrice, ma anche come relatrice per spiegare al pubblico la necessità di applicare la filosofia, oltre che alla scienza in generale, alle singole specifiche scienze: biologia, chimica, economia, fisica, logica, matematica, medicina, psicoanalisi, psicologia, scienze cognitive, scienze sociali - tutte scienze essenziali per il Festival.

Ricordo ancora l'emozione provata a osservare la Sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale riempirsi di persone che si accalcavano per ascoltare una conferenza in cui prevaleva l'aspetto complesso della ricerca filosofica applicata alle scienze (naturali, formali, umane) rispetto a un sommario discorso divulgativo sulla filosofia della scienza.
Confesso di essermi stupita. E continuo a stupirmi ogni anno. Di un pubblico sempre più fitto, esigente, preparato che esplicita esigenze intellettuali tangibili di cui nessuno si era praticamente accorto prima. Affollare l'Aula Polivalente San Salvatore analizzando la filosofia della conoscenza e della percezione di Kant (è accaduto nella seconda edizione del Festival), o nuovamente il Minor Consiglio affrontando i problemi sintattici, semantici, pragmatici, epistemici, ontologici della comunicazione (è accaduto quest'ottobre) ha qualcosa di portentoso in sé, che mi procura una commozione diversa rispetto a quello che mi accade nelle aule universitarie, o durante i convegni specialistici.
Noi relatori saremo anche bravi e professionali, ma è l'afflusso del grande pubblico a chiarire al meglio come stanno le cose: c'è un bisogno diffuso di serietà, di conoscenza.

Il successo crescente del Festival della Scienza viene attestato dai numeri. Vale la pena di ricordare quelli strepitosi della scorsa edizione: 54.000 i biglietti venduti, 216.000 i visitatori, 77 le sedi, 250 gli eventi tra conferenze, spettacoli, laboratori, mostre, 244 i giornalisti accreditati, 1.250.000 le pagine del sito internet visitate tra settembre e gli inizi di novembre.
La ricerca avanzata, il divertimento educativo, la divulgazione raffinata si sono incrociati, a livello nazionale e internazionale, per approfondire temi noti e portare alla ribalta temi meno noti, grazie a scienziati, filosofi, artisti che, oltre ad avvicinarsi a un pubblico "affamato" di sapere, riescono a incontrarsi tra di loro per intrecciare sapientemente cultura scientifica, cultura filosofica, cultura artistica.

Era l'anno internazionale della fisica e si è giustamente celebrato Albert Einstein, ma non mi sarei aspettata che un esperto della teorie delle stringhe come Gabriele Veneziano attirasse talmente tante persone da essere costretto a parlare in piedi, perché anche il palco era gremito.
Meno difficile attrarre il pubblico con la logica e la matematica, almeno così come ce le racconta, applicandole con ironia ai soggetti più disparati, Piergiorgio Odifreddi che ha dovuto ripetere due volte una delle sue conferenze per consentire a tutti gli accorsi di ascoltarlo.

Il tema più scottante e complesso ha però riguardato la genetica e il genoma umano, anche perché di cellule staminali, ingegneria genetica e clonazione si sente troppo spesso parlare senza alcuna cognizione di causa. Pertanto fa sempre assai piacere ascoltare Carlo Alberto Redi, o sentire dialogare Edoardo Boncinelli e Giulio Giorello.
Già la clonazione. Uno dei tanti temi evidentemente filosofici, oltre che scientifici, che trovano riscontri nell'arte, settore sempre ben rappresentato al Festival. Se Andy Warhol ha celebrato la clonazione in centinaia di sue opere, al cinema abbiamo visto i due Chaplin del Grande dittatore, i replicanti di Blade runner, un Michael Keaton quadruplicato, lo Schwarzenegger clonato in Il sesto giorno.
La possibilità della clonazione artificiale ci è sempre meno sconosciuta. Alcuni però la temono, specie se applicata all'essere umano. Eppure nell'ipotesi che l'essere umano sia sostanzialmente la sua psiche, non abbiamo ragione di guardare alla clonazione con preoccupazione, perché la psiche si sviluppa grazie a esperienze cognitive ed emotive per lo più uniche per vissuti e interpretazioni: due esseri umani clonati non potranno quindi mai essere il medesimo individuo. Se, invece, l'essere umano è sostanzialmente il suo corpo, le ansie nei confronti della clonazione artificiale possono risultare forse più motivate, ma non fondate epistemicamente, perlomeno non più di quelle relative all'effetto della clonazione naturale: l'esistenza di gemelli monozigoti.
Soprattutto, se il criterio psicologico dell'identità personale (l'essere umano è la sua psiche) e quello fisico (l'essere umano è il suo corpo) non ci offrono grandi ragioni teoriche da opporre alla clonazione artificiale degli esseri umani, queste ragioni non possono essere diverse nel caso in cui sposiamo il criterio più plausibile che è quello misto: l'essere umano è sia psiche, sia corpo.

Ecco cos'è il Festival per me. E' una bella occasione di partire dalla scienza per applicarvi la riflessione filosofica.
E devo confessare che della scorsa edizione mi hanno particolarmente colpito - grazie Maria Perosino - le manifestazioni artistiche, dalla mostra Acqua Aria Terra Fuoco per le installazioni sensoriali, allo spettacolo I figli dell'Uranio di Peter Greenaway per la multimedialità, alla rappresentazione teatrale Alice nella casa dello specchio per i nonsense logici e illogici di Lewis Carroll.
Anche qui trova spazio la riflessione filosofica, e si può capirlo al di là del facile riferimento a Carroll, autore peraltro affascinante.
La bellezza è nella nostra vita quotidiana: diciamo non solo che le opere d'arte sono belle, ma anche che sono belle persone, artefatti, parti della natura che ci circonda e pure alcune formule matematiche.

Ciò nonostante, la scienza cosa ha a che fare con quella parte della filosofia - l'estetica - che si interessa del bello e dell'arte? Sembrerebbe poco. Colui che ha cercato per primo di capire che cos'è il metodo sperimentale, Francesco Bacone, si scaglia contro creatività e immaginazione: giocano un grande ruolo nell'arte, ma non devono giocarne alcuno nella scienza, perché la scienza è diretta a rappresentare il mondo reale con verità, non quello fittizio con fantasia. E' senz'altro corretto sostenere che, mentre l'arte è un'indagine soggettiva che si pone l'obiettivo del bello attraverso l'invenzione creativa, la scienza è un'indagine oggettiva che si pone l'obiettivo della verità attraverso le scoperte empiriche.
Non possiamo tuttavia dimenticare che il momento della scoperta delle teorie scientifiche è intriso di creatività e di immaginazione: è anche grazie a queste ultime che lo scienziato concepisce le ipotesi scientifiche, nonostante poi la valutazione delle ipotesi debba necessariamente collocarsi su un piano diverso. Né possiamo dimenticare che teorie scientifiche e manifestazioni artistiche sono accomunate dalla legittima aspirazione a offrirci interpretazioni del mondo che ci circonda, per organizzare la nostra esperienza della natura fisica e della natura umana.
Alla fin fine, i rispettivi metodi artistici e scientifici risulteranno solo parzialmente simili, ma questo non toglie che si ci possa giustamente appellare a criteri di ordine estetico - alla semplicità o all'eleganza - quando ci si trova a dover scegliere tra due o più teorie scientifiche rivali.

Il Festival della Scienza è senz'altro un'importante occasione di riflessione filosofica. E' però anche qualcosa di più concreto, di più passionale.
Per parecchi giorni garantisce a tutti noi la possibilità senza uguali di vivere in una Genova che trasuda ovunque di cultura, che si lascia attraversare gioiosa da migliaia di persone dirette a una conferenza, una mostra, uno spettacolo, un film, una Genova che si apre a molte scolaresche vocianti e provenienti da quasi ogni parte della penisola, che concede agli adulti l'occasione rara di giocare assieme ai bambini in tanti laboratori.
E' una Genova diversa, che lascia cadere la sua maschera austera e indifferente per diventare un grande palcoscenico dove le distanze vengono cancellate - non sono quelle tra la scienza e il pubblico - e dove la cultura si erge ad assoluta protagonista. Senza compromessi. Senza interferenze. Con un'eccezionale naturalezza.
Una città di nuovo superba per un Festival superbo.

Nicla Vassallo
Professore Straordinario di Filosofia Teoretica all'Università degli Studi di Genova
 
 
 
 
 
 
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