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Genova. Tutto è iniziato per caso. All'improvviso. Con insospettabile tempismo.
Se è vero che le rivoluzioni sono figlie di un moto irrazionale, implosivo che tutto ingloba fino a snaturare i confini tradizionali dell'esistente, è anche vero che spesso si può cogliere tale trasformazione attraverso gli occhi di un'altra persona. Occhi attenti e curiosi che percepiscono verità che un sentore routinario difficilmente cattura. E' un ricordo,
il prologo del viaggio nella vita notturna genovese, conosciuta come movida: una vita che si radica e si alimenta al confine e dentro le ruelles, come vengono comunemente chiamati dai francesi i vicoli.
Perché è di una vera e propria rivoluzione che si deve parlare, analizzando il fenomeno genovese della movida. Non esiste un momento preciso per contestualizzarlo, ma
una data simbolo: gli anni Novanta, per l'esattezza il 1992. Con le celebrazioni delle colombiane. Anche se già, nell'aprile del 1989, prendeva corpo una pubblicazione fugace, dal titolo Movida, che avrebbe anticipato i tempi. Fu questa rivista, probabilmente, la vera antesignana, almeno per rigore cronologico, del movimento genovese.
Ma è senza dubbio nel 1992 che
il popolo della notte, variegato e anonimo, inizia ad identificarsi, seppure inconsciamente, con questo termine. Magari non conoscendone nemmeno il suo reale significato. I suoi connotati storici. La sua valenza politico-sociale.
E il pensiero corre al franchismo (1936-1975), alla sconfitta di un regime smantellato sotto i colpi di un'onda liberale, definita movida, di cui
Pedro Almodòvar ne rappresenta senza dubbio il simbolo cinematografico, attraverso la radicalizzazione delle proprie posizioni e l'utilizzo, come arma contundente, della provocazione. «Dove i buoni - osserva il regista spagnolo - sono coloro che redimono dal male di questo mondo: i travestiti, i tossicomani, gli esclusi dalla società, le cattive madri». Ma affinché diventino espressione maggioritaria della società, secondo i canoni di Almoòvar, «è essenziale che
i valori della marginalità minoritaria siano riconosciuti pubblicamente. Solo una loro accettazione pubblica e collettiva può trasformarli in riferimento dominante».
L'associazione può apparire pindarica, ma nel contempo emblematica per un fenomeno popolare, quello genovese, che fagocita tutto e tutti, senza mezzi termini. Perché
la movida non fa distinzioni, è interclassista, non ha un colore politico.
E' un movimento multiforme che si alimenta in modo spontaneo e autonomo. Un'associazione, quella con Almodòvar, in apparenza inedita ma appropriata, se a proporla è un'osservatrice spagnola, avezza alla vita notturna madrilena e maniacale conoscitrice delle opere del regista spagnolo.
Lei, passo dopo passo,
scopre Genova e ne resta ammaliata. Il suo entusiasmo è il mio orgoglio, ma potrebbe essere anche quello di tutti quei genovesi che si accorgono, all'improvviso, di quanto può essere affascinante questa città: da sempre crocevia di cultura, di idiomi e di vita vissuta. In apparenza impenetrabile, buia e difficile. In verità, sorprendente e suggestiva agli occhi dei curiosi, colpiti dal mistero del centro storico, ma anche, curiosamente, dalla tramontana che spazia nei vicoli.
La tramontana, appunto. E' in questo momento che il vero Cicerone sfoggia le sue reminiscenze letterarie. Si affida, probabilmente per fare colpo,
ad aneddoti di sicuro effetto. Riportando, con dovizia di particolari, alla sua compiacente ospite il racconto dello storico Michelangelo Dolcino il quale ricorda che «un giorno, Belzebù, a spasso con il vento, passò davanti al Palazzo del Vescovo e volle entrare. Si trovò talmente bene con gli alti prelati che il vento è ancora lì che lo aspetta».
Cicerone l'ha sorpresa, l'amica. E le pone un interrogativo: quale mistero, poi, può essere più grande della morte? E punta dritto verso la
Casa del Boia, che è lì a rappresenterla. Immobile.
Ospitava i carnefici: nell'800 il più famoso fu Piero Pantoni, 2.400 lire annue per lui, l'assistente e le materie prime. A Genova, ricorda ancora il Cicerone, vigeva il sistema della forca. La rivoluzione francese portò all'avvento della ghigliottina (una venne ritrovata negli scantinati di Porta Soprana). Ma per poco.
Porta Soprana, però, consegna altri interrogativi: l'accesso ai vicoli - «viottoli e sentieri straordinari», diceva Charles Dickens - e la casa di Colombo, il grande navigatore.
E' da qui che
bisogna ripartire, da Colombo. O meglio dalle celebrazioni delle colombiane del 1992. E' in questo momento che si intravedono i prodromi della movida. La città inizia a cambiare aspetto,
l'intervento di Renzo Piano permette ai genovesi di accedere all'area portuale, il cui ingresso prima era vietato, di avvicinarsi al mare, di viverlo e di conoscerlo. Un'opera di riqualificazione che trasforma i vecchi spazi, dando una nuova vita al Porto Antico, grazie soprattutto ad una pioggia di finanziamenti pubblici che si riversano sulla città con il
varo della legge «Mondiali-Colombiane», che parte dai Mondiali del '90 e prosegue con le celebrazioni colombiane di due anni dopo.
Nel primo caso, Genova ottiene complessivamente 100 miliardi di lire. Progressivamente, durante il Mondiale, ne arrivano altri 680
fino a raggiungere i 1.000 miliardi (l'intero valore degli investimenti). Soldi, tanti soldi.
Ma sono solo un antipasto. Perché, all'inizio di dicembre '99, giunge inaspettatamente l'annuncio dell'ex premier Massimo D'Alema di
organizzare a Genova il vertice del G8.
Per la città, i suoi amministratori, i genovesi tutti, questo evento rappresenta un riconoscimento, un'opportunità e, soprattutto, una sfida. Il governo prevede una sessantina di miliardi per
rifare il lifting della città. Un fatto positivo, perché mette in moto un grande volano economico, anche in vista di Genova città europea della cultura nel 2004.
A subire una vera e propria trasformazione è il centro storico che riacquista i fasti di un tempo, facendo lievitare di oltre il 300% il valore degli immobili della zona. Un sogno, peraltro, realizzabile anche nel ponente genovese con la futuribile
riqualificazione dell'area di Cornigliano, dopo la fine della lavorazione a caldo delle acciaierie dell'Ilva e con l'avvio dell'opera di bonifica.
Ma sono il centro storico e suoi vicoli a segnare il passo.
L'immagine-simbolo della città è via San Lorenzo, recuperata e pedonalizzata in occasione del G8. Perché è da qui che si ramifica una selva di vicoli dove sono sbocciati a macchia d'olio molti locali, decisamente originali: la linfa della movida genovese.
Decine di migliaia di persone riconquistano le ruelles. Soprattutto di notte. Con la forza di un fiume in piena. Un fiume di giovani che si spinge da piazza Matteotti fino a
San Donato. E da qui si biforca prima verso piazza delle Erbe, poi su
via San Bernardo.
Ma è solo un'appendice del mosaico che si completa percorrendo altre due mete principali:
via della Maddalena e via Garibaldi. La prima conserva il colore dei vicoli, la seconda regala la sontuosità dei suoi palazzi.
La sensazione è, però, di avere tutto a portata di mano. Genova si apre a ventaglio e si scopre di nuovo bella. Idealmente la battaglia contro il degrado sembra vinta. Quasi da non crederci.
Il paragone con Barcellona non è poi più così inappropriato. Tutt'altro. Ad alimentarlo è anche la linea ferry veloce, inaugurata nel 1997 dal gruppo Grimaldi, che permette di rafforzare questo legame, come dimostra il successo avuto nel corso degli anni dal collegamento marittimo, che riversa sotto la Lanterna nuovi turisti e un inedito flusso di studenti spagnoli (e non solo), che scelgono le università genovesi per frequentare l'Erasmus.
Ma è una data, il
luglio 2001, a segnare Genova in modo indelebile. I drammatici eventi di quell'estate rappresentano, giocoforza, uno spartiacque per la città: prima ingabbiata, poi seviziata e colpita al cuore da scontri inauditi. Che fanno il giro del mondo, diffondendone
una visione distorta, come riportano emblematicamente le pagine di cronaca di quei giorni del celebre New York Times.
Questa visibilità, purtroppo, si è legata a immagini di violenza: sulla morte di Carlo Giuliani ci sono ancora ombre, le inchieste giudiziarie, dopo tanti anni, non sono riuscite (se non in modo ambiguo) a fare luce su quel drammatico episodio e questo ci impedisce di trarre opinioni definitive.
L'unico aspetto positivo è che in tutte le sedi, anche in sede di commissione parlamentare d'inchiesta, la città non ha avuto altro che attestati di stima per il suo comportamento.
Una ferita, quella del G8, che stenta ancora oggi a riacutizzarsi.
Tuttavia, la rinascita della città, in termini di immagine, assume (quasi) una valenza metapolitica. E' come se i suoi cittadini, umiliati per le restrizioni coatte e i torti subiti, volessero riappropriarsi del loro patrimonio.
Una rinascita che raggiunge il suo
momento topico con il Capodanno del 2001, quando ottantamila persone si danno appuntamento nelle strade di Genova, fra il Ducale e i caruggi.
Una notte inaspettata, magica, piena di luci e di colori. Una notte più spontanea e (forse) più allegra, perché meno gravata di aspettative, di quella del Capodano del 2000. La formula è nuova: non un appuntamento nazionalpopolare in piazza De Ferrari, ma
tanti piccoli «fuochi» di musica e di incontri che portano Genova in una dimensione più metropolitana ed internazionale.
E' questa la vera immagine della città che tutti vorremmo. Almeno quella che idealmente si persegue da anni, con alterni successi.
Una sfida che si può vincere, però, solo grazie ai giovani.
Senza il loro supporto, senza un fisiologico ricambio generazionale, in verità oggi impalpabile, Genova rischia di rinchiudersi di nuovo in se stessa. Rischia l'immobilismo. Il refrain è sempre lo stesso:
senza domanda, non c'è offerta.
Oggi, l'offerta c'è. La domanda? E lo dimostrano gli innumerevoli locali sorti, in pochi anni, in un fazzoletto del centro storico: dove si mescolano musica, arte, cibo e buon vino in ambienti suggestivi fatti di muri antichi, travi di legno e vecchie cisterne dimenticate per secoli. Dove impera una geografia umana, che straripa di diverse mode e di tendenze giovanili. Dove in pochi metri si può incontrare tutto e il contrario di tutto. Un fenomeno che si miscela fino a fondersi, a contaminarsi rendendo il centro storico, o perlomeno una parte di esso,
il cuore della Genova che cambia.
Talvolta, però, l'immagine che tutti vorremmo, quella di una città aperta, multiculturale ed in continua evoluzione, viene offuscata da
gravissimi fatti di sangue che riportano le lancette dei vicoli indietro nel tempo, al periodo in cui il degrado imperversava e si respirava un forte senso di rassegnazione.
L'auspicio è che
il passato non ritorni e che il centro storico, con il sostegno di tutti (nessuno escluso), ritrovi la forza e l'energia per riappropriarsi del suo «popolo»: lo stesso che, fino a qualche mese fa, riempiva i locali e i caruggi di vita.
Lo stesso «popolo» che oggi rifugge dai caruggi alla ricerca di nuovi lidi, meno affascinanti ma più sicuri.
E' una sfida che Genova non può permettersi di perdere, perché il rischio è l'emarginazione del centro storico.
Vito De Ceglia
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