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Yemen
© foto: Alessio Balbi
 

Viaggio nell'Islam

 
A Shiban, la "Manhattan del Deserto". Case altissime e vicoli bui che ricordano tanto i caruggi. Ma qui bisogna davvero guardarsi le spalle
 
   

     
3 giugno 2006
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Leggi le altre puntate del viaggio nell'Islam di Alessio Balbi

Mi sveglio alle 8.30: la giornata, sin dalle prime ore, si preavvisa un po' funesta. Dapprima il lavavetri dell'ostello si presenta con la maglia del Milan, poi mi trovo improvvisamente in un corteo funebre, dove la cassa è portata a braccia in mezzo al corteo e non in testa, ricoperta da un drappo nero con scritte del Corano.
Dopo aver bevuto il mio succo di mango e mangiato il filoncino con il formaggio prendo un taxi per Shibam. Qui chiedo all'autista il costo della benzina e rimango di stucco: 65 ryal al litro, ovvero 26 Eurocent.

Shibam viene chiamata la "Manhattan del deserto", per via delle altissime case di fango, che arrivano fino ad otto piani d'altezza e che si distaccano imperiose dal deserto. Per l'altezza delle case, per la loro vicinanza, per il groviglio di vicoletti sabbiosi che le divide e per la costante ombra presente mi viene immediato riscontrare una somiglianza con i nostri vecchi, cari vicoli.
Al'interno delle mura di Shibam mi attende una magica atmosfera. La bellezza dei palazzi e la raffinatezza delle finestre, il profumo dell'incenso, il piglio bucolico dato dalle tante caprette che girano indisturbate, la piacevole sensazione di frescura all'ombra delle case, gli artigiani che intrecciano gli scialli, il negozio di canti islamici che fa risuonare i versetti per la strada: tutto rende il mio arrivo davvero indimenticabile.

Noto subito che i bambini e gli adulti sono molto più distaccati qui rispetto ai posti precedentemente visitati, probabilmente perché siamo in un posto turistico, anche se di turisti non se ne vedono proprio.
Mentre sto passando in un vicoletto mi fermo a guardare le strane movenze di una capretta. Dopo un poco alzo lo sguardo e vedo un viso di donna scoperto che sta seguendo i miei movimenti dalla finestra. Mi sorride, anche io sorrido: con occhi espressivi e sinceri mi fa cenno di fotografare pure la capretta. Faccio un gesto di ringraziamento, mi sorride di nuovo e poi sparisce. È il primo volto di donna che vedo da tre giorni a questa parte e penso come per lei questo casuale incontro sia probabilmente uno dei pochi nella vita in cui ha potuto farsi vedere in faccia da un estraneo.
Questa sua "trasgressione" mi conferma quanto sia dura e spesso non proprio spontanea la condizione femminile da queste parti.

Continuo il mio giro per Shibam. Riesco in qualche modo a salire sulla torre del Palazzo del Sultano: la vista è spettacolare, da qui si riescono a vedere tutti gli altissimi palazzi ed il groviglio che formano incontrandosi disordinatamente. Trascorro un po' di tempo su questa bianchissima tettoia a più livelli accompagnato da Inertia Creep dei Massive Attack.
Il caldo è infernale, e pensare che siamo a febbraio. Non voglio neppure immaginare il mese di agosto. Nelle ore più calde mi devo assolutamente fermare all'ombra: non mi era mai successo prima, ma forse neanche ho mai visitato una città con 35/40 gradi.

Mentre sto scrivendo arriva un gruppo di sei o sette ragazzini un po' più grandi del solito, avranno quattordici anni. Come tutti gli altri dicono "hallo... kalen", intendendo se ho soldi da dargli. Il loro tono, però, è un po' impertinente: li casso per due volte, poi, mentre faccio finta di continuare a scrivere, vedo che mi stanno accerchiando. Essendo diventata la situazione poco piacevole, soprattutto per lo zaino che ho sulle spalle, senza pensarci spintono il ragazzino alla mia destra scusandomi e, riuscendo a liberarmi dalla morsa di ‘sti mariuoli, proseguo per la mia strada. Una pietra mi passa a lato: faccio finta di niente ma constato che l'attenzione deve essere sempre molto, molto alta.

Seguendo il consiglio della guida salgo sulla montagna di fronte a Shibam per poter vedere il borgo in tutto il suo splendore. Arrivo abbastanza in alto, guardo il gran panorama e scatto le mie foto quando, per la serie "dacci oggi il nostro cane quotidiano", mi sbuca a 30 metri di distanza un cane bianco - probabilmente uno sciacallo - che inizia ad abbaiare molto violentemente. Da una rupe più distante ne escono altri quattro, che iniziano pur loro ad abbaiare (non so come son riuscito pure a fotografarli). E per concludere l'opera eccone un altro più a valle.
Mi son sentito spacciato e, considerato che ho paura persino di un bassotto, non mi è rimasto altro che gettarmi di corsa giù a valle per la pietraia. Corro giù verso le case che comunque sono a soli 50 metri. Il più vicino continua ad abbaiare. Corro dalla parte opposta alle bestie. Corro. E anche quando arrivo alle case col cuore in gola continuo a correre senza manco girarmi.

Scampato il pericolo non mi rimane che andare a farmi una bella bevuta: visto il caldo e l'agitazione sono a rischio disidratazione. Ebbene, in un posto definito turistico e patrimonio mondiale dell'UNESCO, alle due e mezza non c'è mezzo ristorante o negozio aperto. Non avendo comunque altro da vedere decido dunque di tornare a Sayun, dove appena arrivo ingurgito quasi due bottiglie da mezzo litro d'acqua.

In ostello a metà pomeriggio decido di provare il qat, queste foglie pseudo allucinogene che qui consumano in grandi quantità. Dopo un'accurata pulizia inizio a masticare per almeno mezz'oretta: il gusto ricorda molto quello del mate argentino e, a dire il vero, non è terribile. Ma i tanto declamati effetti proprio non arrivano e penso che questi yemeniti potrebbero bere qualche birra in più e masticare qualche foglia di meno per "aprire le loro menti"...

[continua...]

Alessio Balbi
 
 
 
 
 
 
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