Genova. Entro in un portone signorile, passo attraverso un corridoio tutto fasciato di legno. Un ascensore sale lento verso il sesto piano, l'ultimo. Lassù, nella sua splendida casa, mi aspetta Pietro Boragina. Ha appena inaugurato una personale di pittura presso la galleria Rotta Farinelli (via Venti Settembre 181r, 010 564454). Circa cinque anni di lavori: «ma soprattutto di pensieri», dice lui.
La nostra lunga chiacchierata si è subito appropriata di quel vampirismo per cui l'artista è famoso: attore, regista, scrittore, pittore, curatore di mostre. «Sono un vampiro - dice - mi piace occuparmi di tante cose. Il mio percorso è iniziato facendo l'attore (ha fondato il Teatro della Tosse con Emanuele Luzzati, Tonino Conte e Aldo Trionfo n.d.r.). Ma ho capito subito quanto potesse essere d'aiuto conoscere le opere d'arte: , - che ho studiato tantissimo - Licini, , per dirne solo alcuni. Pensi, per esempio, alle atmosfere e agli ambienti creati da ».
Alla fine Boragina è approdato lui stesso alla pittura: «che mi dà tanta gioia», dice. Nei suoi quadri, panorami, spiagge, scogliere sono un'esplosione cromatica. Tanto da spingere Mario Luzi a dire: «deve essere bello per un colore trovarsi nell'impasto così fresco e acceso, e così vivente, di Pietro Boragina». Giuseppe Marcenaro, con cui collabora da tanti anni, dice che non si rifà a nessuna corrente o tendenza, che la sua pittura è un unicum: «le sue opere vogliono essere essenzialmente ciò che sono».
Chiedo all'artista: cosa significa? «È inutile rifare certe cose, o rifarsi a qualcuno. Ogni percorso è individuale. Io studio molto gli antichi per ciò che riguarda le teniche pittoriche: sembrerebbe che non debba esserci più nulla di nuovo sotto il cielo. L'unicità sta piuttosto nell'atteggiamento di ognuno nei confronti della vita».
L'importante, per lui, è non cedere alle lusinghe, alle mode e alla noia: «mi sono avvicinato alla pittura - continua Boragina - ho smesso, poi ho ripreso, ma con molta modestia. Alcuni critici che stimo mi hanno stimolato ad andare avanti». Personaggi come Giuliano Briganti, Germano Beringheli, Pier Giorgio Dragone hanno speso parole d'elogio per i suoi quadri.
Le sue opere sono così come sono perché, dice, «non ci vogliono troppe parole intorno all'arte: va percepita e basta. Vede, l'uomo è fatto da un'anima ma soprattutto da due occhi».
Dopo aver curato, insieme a Marcenaro, Viaggio in Italia e, molto più di recente, due mostre al Vittoriano di Roma, Boragina sta lavorando ad un grande progetto sulle avanguardie russe, che arriverà a Palazzo Ducale nell'autunno 2006.
Vogliamo accennare qualcosa? «La mostra coprirà il periodo 1905-1940. Dopo i primi moti del 1905 e la rivoluzione bolscevica del '17, ebbe luogo un'esplosione creativa: le avanguardie soppiantano il verismo russo. Ecco il suprematismo, l'astrattismo, Majakovskij, Malevic, Larionov, Tatlin, Rodchenko, Nijnskij. La rivoluzione investe tutto: pittura, cinema, architettura, è una rivoluzione - se vogliamo - artigiana, in cui gli artisti fanno concretamente cose insieme con una volontà innovativa eccezionale».
E poi? «Nel 1932 Stalin emana un decreto nel quale afferma che quell'arte non rappresenta più lo Stato, o meglio, l'idea di Stato». È il riflusso. Torna di moda il verismo, roboante e demagogico. Gli avanguardisti scappano, chi resta è obbligato a fare di neccessità virtù, per sopravvivere».
Perché una mostra sulle avanguardie russe? «Fino ad ora si sono fatte mostre relative a un certo periodo; in queste finiva spesso qualche opera russa. Ma è rarissimo trovare una mostra russa dall'inizio alla fine». Le opere arriveranno da vari musei: San Pietroburgo, Mosca, Ekaterinburg, per esempio. E non è finita qui. Tra le altre cose, l'artista sta curando una biografia su Giorgio Labò che uscira per i tipi di Bollati Boringhieri: partigiano, medaglia d'oro della resistenza, fucilato nel 1944: «è un personaggio eccezionale», dice.
In attesa delle prossime novità, che di sicuro non tarderanno, ci salutiamo. Lascio il panorama mozzafiato e scendo, stavolta dalle scale.