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Scopro di buon ora che sotto il mio ostello c'è un simpaticisismo gallo, che mi butta giù dal letto alle 6 e mezza. In fondo non mi dispiace, è l'ora con la luce migliore per scattare fotografie. Bevo al volo nel baretto della piazza un succo di mango (speravo fosse aranciata) ed inizio a girare per il centro storico.
Ci sono poche persone a quest'ora, mi si avvicina un losco individuo dal quale mi defilo subito dopo che degli operai mi urlano "attention". Solitamente si vedono pochissime donne in giro, ma a quest'ora nessuna. Ho notato che molti mi salutano spontaneamente, quando sono io a sorridere per primo quasi sempre vengo contraccambiato. La trovo un'usanza molto cordiale e sinceramente mi aiuta a combattere quella diffidenza iniziale che si ha con qualsiasi popolazione che si incontra per la prima volta.
Anche qui i ragazzi usano spesso girare mano nella mano. Escludo a priori che in un paese così integralista possa essere accettata l'omosessualità, quindi non mi rimane che pensare sia una cordiale forma per manifestare amicizia: improponibile in occidente e quasi tenera nella sua stranezza qui nell'islam.
Le case sono davvero costruite con mattoni di fango e
non capisco proprio come possano essere così alte. Le finestre in legno sono meravigliose, lavoratissime con le classiche bifore in stile arabo. Alcune case - le più vecchie - sono crepate o addirittura diroccate anche se in pieno centro: il fango non sembra proprio il materiale edilizio più duraturo! Eppure continuano tuttora a costruire case in fango.
Dopo un po' vedo una moltitudine di persone spostarsi per andare verso le moschee: è l'ora della preghiera del mattino. I bambini giocano per le strade sabbiose con vecchi copertoni usati, facendoli rotolare, ma quando mi vedono con la macchina fotografica sembrano giocare a scappar via.
Mi piace davvero il modo di vestire degli yemeniti, gli spendidi parei a quadri, le calzature in cuoio, le camicie a manica lunga e perché no le kefia in testa: creano un look davvero particolare e personalmente anche elegante ed equilibrato a vedersi, sicuramente meglio dell'orrendo stile "fashion" forzato e stucchevole di moda in occidente.
Nella mattinata visito il Palazzo del Sultano, sede del museo di Seyun. Francamente pessimo il museo (anche perché dopo quello Egizio de Il Cairo...), molto bello invece il palazzo, tutto bianco, pieno di cunicoli e finestrelle dove non mi pare vero poter girare indistrubato a scattar foto, ascoltando i ritmi arabeggianti dei CCCP.
Nel palazzo c'è anche la sede della Polizia e ne approfitto per chiedere informazioni sui permessi per i viaggi dei prossimi giorni. Mi accoglie il comandante, scalzo: entra in uno stanzino facendomi segno di seguirlo, devo decidere se entrare scalzo come lui o con le scarpe. Nel dubbio penso sia meglio un gesto di rispetto in più che uno in meno, quindi mi levo le scarpe ed entro. Il gesto è apprezzato ed il comandante è con me gentilissimo: per i viaggi di oggi e domani non serve alcun permesso, per quello di venerdì sì visto che incontrerò diversi posti di blocco.
Prendo il primo taxi collettivo per Tarim. Il costo è irrisorio, circa 30 eurocent, ma siamo in una decina su una stationwagon omologata per sette. Ed è comunque l'unica soluzione.
Qui incontro Kahled, un ragazzo di Tarim che parla perfettamente inglese. Ha studiato tre anni ingegneria in Iraq prima che la guerra gli facesse "perdere il futuro". Parliamo per tutto il viaggio e mi svela alcune loro tradizioni: il coprirsi delle donne è una legge religiosa, da 15 anni in poi tutte nere!, si possono solo scoprire in casa davanti ai famigliari. Il bel look degli uomini è invece dovuto a fattori tecnico-logistici: il pareo è più fresco dei pantaloni, mentre la kefia ripara la testa dal sole.
Mi chiede anche se è vero che i nostri media dipingono i musulmani come persone rudi e cattive e mi chiede se è quello che penso anch'io dopo che ho potuto conoscerli. La domanda mi spiazza, non avevo ancora pensato a questo, forse è ancora troppo presto, ma in effetti positivamente dai media non ne ho mai sentito parlare. Ed è altrettanto vero che l'ospitalità e la genuinità incontrata finora, è davvero rara riceverla da un olandese, un danese, un inglese, un francese e perché no anche da un italiano.
Arrivo a Tarim. La mia guida dello Yemen, già di suo parsimoniosa di dettagli, non ha neanche la cartina della città: neppure più della Lonely Planet ci si può fidare.
Chiedo allora informazioni ad un ragazzo, il quale - a proposito di ospitalità - mi accompagna per ben dieci minuti senza voler neanche un soldo in cambio. Penso che questo sia il vero volto degli abitanti di questa zona: una disponibilità spiazzante, una gentilezza impensata. Sempre totalmente gratuite.
Ecco la moschea con il minareto più alto di tutto il paese, oltre 40 metri. Poi inizio un giro senza meta all'interno di questi quartieri dalle mille case di fango separate da stradine di sabbia. Scatto e mi diverto a vedere i bambini che mi urlano in tono scherzoso "sura" (foto), quando mi decido a prender la macchina fotografica arrivano i genitori e li portano via indicandomi il cielo come spiegazione. I bimbi tornano da dove sono venuti con la tristezza negli occhi per non aver potuto per una volta posare come modelli in una fotografia. Mi chiedo come possa Allah non voler far divertire i bambini?
La cosa più tremenda è sempre quella di cercare un posto dove pranzare: non ne esistono, e quei pochi che vedo sono così impresentabili da far passar l'appetito. Seguendo l'olfatto dopo un po' di ricerche trovo una brace con dei polli che cuociono. Sembrano sani ed allora mi dirigo dentro per il mio solito menu: riso con pollo. Che a dir il vero trovo soffisfacente. Mentre pranzo il ragazzo a fianco mangia il riso prendendolo con le mani, come è tradizione da queste parti.
Il caldo è spaventoso, ci saranno quasi 35 gradi ed ho gli avambracci color salmone. Sono ormai due giorni che sono nello Yemen e non ho incontrato ancora qualcuno che non sia arabo, il che se da un lato mi spiazza un po' facendomi sentire realmente solo nella mia avventura, dall'altro mi rinfranca: finalmente son felice di vivere un posto come è davvero e non come vuole apparire ai turisti.
Ho visto nella mattinata le ragazzine uscire da scuola ancora col volto scoperto. Ho provato una grande pena per il loro destino: ancora qualche anno e poi il nero coprirà tutto di loro, il proprio aspetto, i loro capelli, lo stile nel vestirsi, la persona fisica. Insomma cancelleranno in nome di Allah l'intrigante ed affascinate mondo femminile.
Dopo pranzo decido di attraversare la periferia della città per giungere alla montagna di pietra dietro a Tarim. Di nuovo bambini che si mettono in posa e poi scappano al momento dello scatto. La città dall'alto è affascinate, con il palmeto e l'altopiano sullo sfondo.
Salgo in alto ma quando dall'altra parte vedo correre verso di me un branco di cani decisamente "vivaci" mi dirigo a valle piuttosto celermente!
Qui mi ferma un ragazzo che parla perfettamente inglese - scoprirò che lo insegna a scuola - e mi spiega il perché delle foto ai bambini: le foto ai bambini posso essere scattate solo da mussulmani. Mah... bisogna proprio riconoscere che la religione qui è in ogni momento il fulcro cardine della vita di ogni persona.
In serata torno in taxi a Sayun: stavolta siamo solo in otto.
A Sayun ho un'immagine da vero amarcord: sotto la tettoia di un bar all'aperto ecco sedute una trentina di persone che sorseggiano il loro tè fissando ipnotizzati un televisore che trasmette un film. Quanta tenerezza provo, neanche una tv si può permettere questa gente. E pensare che in italia si parla di digitale terreste e compagnia bella.
Per cena evito accuratamente il solito pollo e ordino l'unica cosa che mi sembra nutriente e sana: una zuppa con fagioli e uova sbattute all'interno, tutto rigorosamente speziato. La cosa più strana è che non mi portano le posate bensì un enorme pane arabo, tipo piadina sottile ma larga come una pizza, che deve fungere da cucchiaio. Non è proprio immediato ma alla fine ce l'ho fatta.
Bere è una tragedia. Non potendo bere alcolici per far piacere ad Allah sono costretto a cenare con una Pepsi: soltanto l'idea di bere acqua mi mette di malumore.
Rientrando a casa mi ferma un uomo che non riconosco assolutamente: era il mitico commissario di polizia, questa volta con i sandali. Si ferma a chiaccherare con me per una ventina di minuti accompagnandomi in ostello.
[continua...]
Alessio Balbi