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Normalmente, in un evento sportivo, non ha senso scrivere prima un commento perché - per tradizione - un evento lo si racconta quando è consumato, quando la palla è ferma e gli spogliatoi svuotati di campioni e di parole.
Poi scopri che nell'Italia del calcio che conta ci sono persone che i risultati li pianificano, che pilotano le decisioni arbitrali, che sequestravano gli arbitri antipatici, e distribuiscono favori e vittorie, macchine e regali a chi è compiacente liberandosi di quelli che non lo sono. Scopri che il dirigente della società più scudettata d'Italia gestisce arbitri, giocatori e società come fossero marionette. E guai a chiamarlo baro.
E allora ci si chiede che senso abbia andare allo stadio in un paese in cui il calcio più che sport è diventato spettacolo-farsa, in cui di brogli non si parla solo nei bar e al Processo che per volgarità, maleducazione e mancanza di rispetto verso la lingua di Dante e Manzoni, è il peggior salotto della TV Italiana da oltre vent'anni.
Ora ci sono intercettazioni e giudici che raccontano di un malcostume che consegna ai tifosi un calcio talmente marcio da essere nauseante.
Quanto si sta verificando in questi giorni è peggiore del doping nel ciclismo e nell'atletica; peggiore anche della valigetta che ha condannato il Genoa alla serie C.
È peggiore perché non racconta solo del gesto scorretto del singolo, ma di una metastasi di cui tutti erano al corrente e che assecondavano ora col silenzio, ora adeguandosi per avere un pezzo di torta.
Quella del 14 maggio era l'ultima giornata della stagione 2005/06. In una marea di fango la sola cosa sicura è che per la classifica vera dovremo aspettare Ferragosto.
Sì, certo, la Juventus ha festeggiato il numero 29, quello dello scudetto vinto e delle partite sotto inchiesta, ma è possibile che quella festa fosse solo il disperato tentativo di mascherare un crollo di immagine, economico e di categoria senza precedenti. Neppure al Monopoli si passa dalla vittoria alla galera con una simile rapidità.
Sampdoria - Lecce nasce in un clima irreale e a dimostrarlo ci sono gli striscioni che associano Moggi ad Alì Baba e che scomodano Battiato quando recitano: Povero Calcio, distrutto dagli abusi di potere di gente infame che non sa cos'è il pudore.
La netta vittoria del Lecce - 3 a 1 con doppietta di Konan e gol di Del Vecchio e Flachi - mette il sigillo ad una stagione finita a schifìo.
I tifosi, delusi, voltano le spalle al campo per gli ultimi 15 minuti di partita mentre il solo tanto signore da affrontarli è il Presidente Garrone, sotto la sud per salutare una tifoseria delusa mentre i giocatori erano già in doccia.
Negli spogliatoi - mentre in TV va in onda la festa dello scudetto Juventino - si continua a parlare di giudici. Il Lecce spera nella giustizia per una salvezza che - persa sul campo - può essere guadagnata in tribunale mentre Novellino, innamorato del calcio, auspica una pulizia dall'«associazione a delinquere degli imbecilli».
Il Mister blucerchiato guarda alla classifica che mette i suoi tra le ultime 6 del torneo e, senza rimproverarsi nulla, imputa il pessimo girone di ritorno solo al fato avverso, «è solo sfortuna - dice - senza gli infortuni dei nostri attaccanti avremmo visto un altro epilogo».
Quando parla di bilanci poi, considera comunque buona la stagione dei suoi, «meritano un 6.5», come se la retrocessione evitata per un soffio da una squadra che ha fatto 4 punti in 13 partite fosse comunque un successo.
A me, quando andavo a scuola, mi avrebbero bocciato per molto meno, altro che 6 e mezzo...
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