Che effetto fa dare in pasto al pubblico la propria collezione d'arte nell'animo di chi ha a lungo cercato, trovato e accarezzato quadri, sculture e oggetti d'artista?
Luisa Zignone, proprietaria di una collezione di
150 pezzi firmati
Marcel Duchamp (1887-1968), in mostra a Villa Croce -
dall'11 maggio al 16 luglio - imprenditrice biellese, dai corti capelli biondi, esile e frizzante, è netta nella sua risposta: «È bello - dice semplicemente con un sorriso ampio. Ti spersonalizzi rispetto a ciò che hai avuto tra le mani. È un rinnovarsi del desiderio».
Marcel Duchamp: una collezione italiana è un momento importante della programmazione culturale di Genova, un'occasione per fare ancora una volta - accanto alla mostra
Tempo Moderno a Palazzo Ducale - il punto sul Novecento di cui, come ricorda l'assessore Luca Borzani, si continuerà a trattare nelle aree dismesse dell'ex-acciaieria a Cornigliano. C'è un duplice valore nel caso specifico di Duchamp, il frutto di un collezionismo femminile, sotto cui c'è una storia e un vissuto umano, e l'onore di ospitare fra tutti il lavoro e il pensiero del padre di tutta l'arte contemporanea o di quello che
Sandra Solimano, direttrice del Museo d'Arte Contemporanea di Villa Croce, con la solita acutezza di sguardo ha definito «il peccato originale dell'arte del 900.
Con Duchamp nasce la prima rinuncia alla categoria estetica del bello e del gusto. Basta cose belle, spazio a ciò che fa funzionare la materia grigia, ribaltando il punto di vista e approdando ai
Readymade, gli oggetti scelti dall'artista, decontestualizzati e poi ricollocati per fargli assumere nuove valenze, diverse e provocatorie».
La mostra, ancora nelle parole di Solimano, «è curatissima. Più con la passione del genitore, da
Sergio Casoli (gallerista milanese, ndr), che con il rigore dello studioso. Un invito a approfondire al di là della
mitologia duchampiana». In un allestimento d'artista ideato da
Massimiliano Fuksas fatto di trasparenze tra vetro e materiale plastico, sospensione e leggerezza («in una citazione del tipico allestimento
duchampiano», ricorda Solimano) per una tipologia di opere, documenti e materiali eterogenei che ben testimoniano la refrattarietà dell'artista-genio a restringere il campo. Casoli, novecentista e amante del concettuale, non fa mistero della sua inclinazione nemmeno quando, esprimendosi, lega le sue parole a esercizi cerebrali: «
Duchamp, Antonello da Messina e Fontana. Con questi tre nomi mi sento di raccontare la storia della vita dell'uomo, condensata in tre diversi pensieri». Provocato sul Duchamp parodista e giocoso sull'arte e gli intellettualismi, Casoli resta impassibile. «A me stupisce scoprire in un uomo a me così vicino un sapere leonardesco, geniale. Duchamp ha una contemporaneità anche con il tempo futuro. Per leggerla bisogna viverlo nel qui e ora», quanto a comprenderlo «dipende dal fruitore realizzare la lettura alchemica. Sta nella capacità di chi guarda l'opera dargli l'uno o l'altro significato. La possibilità c'è, semplicemente va colta».
Questo allestimento ci proietta all'inizio del secolo scorso. È l'epoca delle avanguardie: dadaismo, surrealismo, cubismo ecc. È il tempo in cui la sperimentazione porta i canoni fuori dagli equilibri, quando tutto è messo in discussione, quando chi guarda è preso di mira e chiamato a interagire, quando l'oggetto comune entra nell'arte e sulla tela, parola di Marcel Duchamp e di Guillaume Apollinaire. Un tempo di fermento di intelletti e nuove energie in cui si pensava sarebbe stato possibile ottenere la
riconciliazione tra Arte e popolo (Apolinnaire,
Les Peintres cubistes, 1913), proprio grazie al lavoro di Duchamp.
Dislocata nelle sette stanze in cui ancora freschissimo aleggia il passaggio di
Peter Greenaway e della moglie Saskia Bodekke, forse le emozioni più forti si vivono di fronte alla porta in legno bicolore
Door, 11 rue Larrey, Paris, 1927,
la stanza di Eva per i Figli dell'Uranio, che vantava mele verdi appese simbolicamente al cielo. Certo i sette
Readymade della Sala 4 sono i pezzi che fanno toccare con mano un immaginario, forse strapazzato, fino a diventare stereotipo e perdersi in una bidimensionalità da manifesto. È lì la celebre
Fountain, 1917. Il
Bottle Dryer, 1914. E la delicata, quasi un'esile farfalla di montagna,
Fresh Window, 1920. Per gustare appieno i materiali della sala 6 bisogna fare con calma: ci sono note, miniature e riproduzioni a colori di opere di Duchamp, ma anche un catalogo di lusso
Boîte Alerte, 1959. Per esperti e amatori credo sia di grande fascino la sala 7, con incisioni dalla serie del
Grande Vetro e
Gli Amanti, senza tralasciare un'occhiata alla sala 3 per avvicinarsi ai
Rotorilievi, dove l'arte di Duchamp incrocia la cinematografia e l'attenzione sulla percezione mette in moto il suo genio.
Come è ormai innovativo uso A Villa Croce ogni mostra induce a
una cascata di eventi: tra cui l'apertura straordinaria di
domenica 14 maggio, con il ritorno di
Mumù - musica nei musei e i corti d'autore a cura di
Effetto Notte: un aperitivo vero e metaforico che annuncia la notte dei musei di
domenica 20 maggio. Quella notte alle 21 performance del gruppo
Coniglio Viola, un omaggio al travestitismo di Duchamp. E ancora sabato 27 maggio,
Poesia e suono intorno a Marcel Duchamp, a cura dell'Accademia del Chiostro. L'8 giugno,
à rebours con il
Magazzino Sanguineti a rendere viva la lezione di Duchamp le proiezioni di filmati sperimentali e la partecipazione di
Edoardo Sanguineti.