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Arrivo nella notte a San'a - capitale dello Yemen - e subito ho problemi con il volo interno, che riesco a prendere al... volo dieci minuti prima che parta. Sull'aereo il decollo inizia con una bella preghierozza del Corano, tanto per tenersi allenati.
La prima impressione che ho di questi yemeniti è che siano piuttosto cordiali: all'aeroporto, un po' spiazzato da lingua e scritte arabe, un militare mi aiuta spontaneamente a trovare l'iter corretto per giungere a Sayun.
Prendo un taxi per Mukalla - passaggio obbligato per chiedere il "permesso di transito" - mi fermo alla caserma della polizia e, dopo vari controlli a passaporto e visto e varie domande sul perché viaggio solo e non in gruppo, mi rilasciano questo benedetto foglietto timbrato. Che non capisco bene a che serva, visto che tra l'altro è pure gratis. Ringrazio i poliziotti e questi mi vogliono assolutamente offrire parte della loro zuppa!
Verso le 9 prendo un taxi collettivo: con me tre donne completamente coperte di nero. Sono piuttosto inquietanti, non hanno un coriandolo di pelle scoperta: la lunga tunica nera, due veli in testa - il primo tiene scoperto solo gli occhi, il secondo più leggero copre tutto in modo da mascherare gli occhi. Anche alle mani portano dei guanti, rigorosamente neri.
Nella prima parte del viaggio crollo per la stanchezza nonostante il finestrino della macchina sia rotto ed un getto d'aria continuo mi arrivi in faccia. Ma il sonno per la notte passata in bianco per aeroporti ha il sopravvento.
Nel dormiveglia non riesco però a non sentire una terribile cassetta che urla versetti del Corano in maniera quantomeno aggressiva, per circa un'ora.
Al mio risveglio quel che vedo del paesaggio è spettacolare. Sono affiancato da altopiani geometrici, precisi e continui, assolutamente paralleli al terreno come fossero grosse strisce regolari appoggiate per terra. Le case sono meravigliose, fatte con mattoni di fango e con un'architettura molto elegante.
Nel frattempo le donne vestite di nero continuano a rimanere in silenzio all'interno dell'auto, e così sarà per l'intero viaggio.
Arrivo a Sayun. Tutti gli uomini indossano una specie di pareo dai colori e dalle geometrie a quadri delicatissime e di gran gusto (da far invidia a qualsiasi scozzese), calzano sandali o ciabatte di cuoio sopra una camicia a maniche lunghe e l'immancabile kefia bianco-rosso in testa.
Distinguo almeno 3 differenti etnie: la prima classica araba - sicuramente la più presente - la seconda somalo-eritrea (regioni vicinissime allo Yemen, separati solo dal Mar Rosso) e la terza che non saprei definire, ma ha la fisionomia tipica degli abitanti di quella zona a est della Turchia e a sud dell'attuale Russia.
Sono un po' spiazzato perché non esiste un ristorante aperto, l'unica fonte di cibo che trovo sono bancarelle poco raccomandabili lungo la strada. Fa molto caldo e mi fermo allora in un baretto nella piazza. Bevo circondato dai personaggi locali: un ragazzo seduto di fronte a me mi offre un pezzo di torta. Al primo approccio sembrerebbero brave persone.
Noto che moltissimi uomini hanno la ganascia gonfia, quasi deformata, e masticano. Hanno in bocca il famoso
qat, un'erba pseudo allucinogena che a loro dire aprirebbe le porte della mente. Alcuni ragazzi girano con il coltello uncinato nella cintola come segno di virilità.
I bambini girano scalzi, tutti. Il veccho suq profuma incredibilmente di spezie, con colori che spaziano dal nero al rosso fuoco.
Alla sera mi preparo in assetto anti-malaria: maniche lunghe e bagno nell'
Autan extreme. È incredibile come il suo odore mi riporti improvvisamente ad esperienze vissute anni fa in altri viaggi... insomma, un po' come fosse il profumo delle mie vacanze.
Ed eccoci pronti alla ricerca di un posto dignitoso dove mangiare. Trovo una bettola che almeno è al coperto: l'unico dove non si cucina né si mangia sul marciapiede. Il menù è obbligato: senza chiedere nulla mi arriva una coscetta di pollo allo spiedo e un piattazzo di riso bianco e giallo dalla forma allungata, saltato in padella. Il tutto è piacevole, anche perché ho una gran fame: non mangio da quasi un giorno.
Dopo cena mi reco all'internet point, mi passa il tempo e torno all'ostello quasi all'una. Mi accoglie la faccia del guardiano, alquanto preoccupato nel vedermi tornare a quell'ora!
[continua...]
Alessio Balbi
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