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Il Cairo
© foto: Alessio Balbi
 

Viaggio nell'Islam

 
Le stupefacenti ricchezze del Museo Egizio, fra ori e mummie di migliaia d'anni. Il rito della preghiera ed il periglioso traffico cairota
 
   

     
6 maggio 2006
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Leggi le altre puntate del viaggio nell'Islam di Alessio Balbi

Rimbambito dal sonno mi sveglio di buon ora. Della colazione mi colpisce il tè, bevanda nazionale. L'acqua neanche bollendo ha perso il tremendo odore che avevo sentito pochi minuti prima facendo la doccia.
Eccoci scendere subito dal settimo piano dell'ostello nella polverosa Il Cairo, il cui centro - anche se sono presenti palazzi di discreta fattura - è troppo sporco e trasandato per dare un'impressione positiva.
Ad ogni angolo di qualsiasi strada militari armati con le ghette bianche aspettano svogliati la fine del loro turno. Arrivo in prossimità dello spettacolare Museo Egizio: ahimé la coda è spaventosa. Dai numerosissimi pulman granturismo scendono orde di terribili turisti provenienti dai villaggi del mar rosso, Sharm El Sheik in primis.

Entrato nel museo sgomito con qualche giapponese e decido di partire dal fondo per evitare le masse. Vedo cose spettacolari: mummie di 4000 anni fa - non proprio dei marcantoni - lasciate per secoli fasciate nella stoffa e con il viso ricoperto dalle maschere d'oro dai classici occhi da egizi. Scopro cos'è davvero il catafalco: si tratta di un'enorme scatola di legno decorata di 4 metri x 10, contenente a sua volta un catafalco più piccolo e così via tipo matrioska fino ad arrivare al sarcofago del faraone.
Entro nella stanza del tesoro di Tutankamen e ne rimango estasiato. La famosissima maschera dal vivo è davero spettacolare: l'oro luccicante è bellissimo, elegante, maestoso, di gran finezza e ricoperto di pietre preziose, con abbondanza di lapislazzuli per la decorazione della testa. Anche i sarcofagi non sono da meno - sempre di tre dimensioni, tipo "matrioska" - con le mani incrociate impugnano gli scettri, sulla fronte un cobra e un falco stilizzati, dal mento fuoriesce un lungo decoro le cui geometrie sono linee parallele. Meraviglioso.

Purtroppo le orde di turisti mi raggiungono e le odiose guide urlano a più non posso, creando un clima più da mercato che da museo. Per isolarmi mi metto le cuffie con un album degli Enigma, nulla di meglio in questa circostanza.
Scopro altre cose nuove. Per esempio il boomerang, che veniva usato già dagli antichi egizi 4000 anni fa per cacciare. E poi ancora mummie di animali: coccodrilli, mucche, scarafaggi, capre, scimmie.
Imperdibile la sala delle mummie reali. Qui si vedono i corpi dei faraoni vissuti almeno 3 o 4000 anni fa. E' stupefacente pensare che in quel corpo ormai annerito e seccato dal tempo vi fosse un faraone, una divinità terrena con il potere di vita e di morte sugli umani. L'atmosfera è surreale, quasi mistica: la stanza è buia e vi si rimane in rispettoso silenzio.

Uscito dal museo prendo un taxi al volo (nel vero senso della parola) e mi dirigo alla moschea Madrasa del sultano Ahassan, dove entro scalzo come da copione, facendo però un poco piacevole slalom tra gli escrementi dei piccioni. All'interno il guardiano intona il Corano in cambio di una mancia.

Torno fuori e resisto tra smog e sabbia: ogni quarto d'ora mi devo soffiare il naso per riuscire a respirare. E dopo aver sbagliato strada per l'assenza di cartelli, mi affido all'istinto e arrivo alla Cittadella, il punto più alto di tutto Il Cairo. Da qui la vista è meravigliosa e vedo per la prima volta le piramidi all'orizzonte.
Improvvisamente nella tranquillità del primo pomeriggio irrompe un boato dalla città. Essendo in alto ed essendo le ore 15 arrivano in polifonia tutti i canti del corano delle venti o trenta moschee sottostanti: un delirio rumoroso, sconnesso, disordinato, ma affascinante ed unico. Un po' lo specchio preciso di questa città.
Proseguo il giro nella Cittadella provando una grande sensazione di relax, anche grazie ai pezzi di piano di Ludovico Einaudi.

Profumi d'incenso, di spezie, del tabacco dolce che brucia lentamente nei narghilé: eccoci scesi nel suq, il mercato arabo. Un groviglio di viuzze e negozietti. Lo trovo interessante ma un po' troppo turistico: i prezzi sono imbarazzanti, con 15 pound egiziani (2euro) si comprano magliette e statuette egizie.
Poi, per colpa di un taxista rimbambito mi trovo a dover attraversare l'autostrada per poter andare a visitare una moschea. Esperienza orrenda, difficilmente ho avuto tanta fifa. In totale le corsie erano una dozzina e l'impresa sarà durata almeno 10 minuti, anche se rimane un mistero come fanno 'sti cairoti a buttarsi come se nulla fosse...

Un poco alterato decido di ascoltarami Fire in Cairo dei Cure, nulla di più adatto al momento. Arrivo a piedi nella moschea, una grossa moschea molto bella in un quartiere cairota non proprio "in". Entro durante la preghiera: sono tutti seduti per terra o inginocchiati sui morbidi tappeti rossi, scalzi e silenziosi. Ascoltano il vecchio col turbante bianco commentare il Corano. Tutti sono girati verso la Mecca: soltanto uomini, qualche donna - pochissime - ai lati in disparte. Arriva un operaio ancora in tuta arancio da lavoro, si inchina, si inginocchia, porta la fornte sul tappeto tre volte, guarda in alto, si alza, fa un lungo inchino e se ne va.
Adesso inizia il vero e proprio rito. Tutti si accentrano. Capisco per rispetto e per la mia incolumità che è meglio uscire prima che capiscano che non sono mussulmano. Vado a scrivere nel cortile: ogni volta che l'oratore nomina il nome di Allah tutti s'inchinano in maniera percussiva, anche venti o trenta volte di seguito.
Noto molta devozione e partecipazione nel rito: è presente ogni fascia sociale, dall'uomo d'affari al pezzente appoggiato al muro, dall'anziano al bambino, dalla tunica ai jeans. Il clima è sereno e rilassato durante il rito, sembrano lontane anni luce le parole integralismo e terrorismo.

Esco dalla moschea, è tardi e ho molta fame: a mezzogiorno ho scordato di pranzare. Vago alla ricerca della zona studentesca descrittami da una guida toscana conosciuta in aereo: giro per 10 minuti senza poter chiedere alcuna indicazione, qui l'inglese non è arabo! Capisco di essere in un brutto posto, mi sento squadrato. Ci sono solo botteghe chiuse, gatti e spazzatura.
Rapido dietrofront e celermente torno verso il centro. Ceno con un kebab da guinness (cavolo però i pomodori non li volevo... speriamo bene!) e tre uova al tegamino serviti con una specie di "carne salada", manco a dirlo d'agnello!

[continua...]

Alessio Balbi
 
 
 
 
 
 
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