«Alberto aprì la galleria nel novembre del 1969, in pieno "autunno caldo". Me lo ricordo perché c'ero, ma come fotografo: per mantenermi agli studi facevo un po' di tutto, compreso appunto il
free-lance. E pochi mesi dopo sono subentrato». 1970, nasce un sodalizio che si rivelerà molto importante per l'ambiente artistico genovese:
Martini & Ronchetti. «Avevamo 19 anni io e 22 Alberto». Diciannove e ventidue? «Beh, erano altri tempi, si poteva partire con pochi soldi», sorride
Gianni Martini.
L'occasione per chiacchierare è data dalla bella mostra su Franz Roh allestita negli spazi di
via Roma 9, oltre che per espiare il fatto che mentelocale.it non aveva ancora dedicato ai due un'intervista. Abbiamo pagato il ritardo mancando la fortuna di incontrare anche
Alberto Ronchetti, scomparso nel 2003 a soli 56 anni.
Adesso la galleria è nelle mani di Gianni, ed è lui a raccontarci la loro lunga storia.
«Abbiamo cominciato buttandoci sul contemporaneo, ricordo una mostra su
Allen Jones con la Questura che minacciò di chiuderci la galleria, dovemmo oscurare le vetrine. Poi la svolta».
La svolta ha un nome, che risponde ad uno dei "mostri sacri" del Novecento. «
Man Ray. Lo abbiamo conosciuto nel 1971 e da allora abbiamo invertito la rotta, concentrandoci sulle avanguardie storiche, un concetto che all'epoca non era neanche definito: tutti pensavano di fare avanguardia, ma spesso non si rendevano conto di avere molti padri. Questo è stato il nostro viaggio: ritrovare gli antenati, andare all'origine, puntando su personaggi importanti ma magari dimenticati».
Fra le grandi scoperte dei due,
Florence Henri: «una donna fantastica. Pensa che avevamo conosciuto il suo lavoro per caso, sfogliando una rivista d'epoca».
«Abbiamo sempre prediletto un taglio interdisciplinare», mi spiega, «privilegiando artisti che hanno utilizzato mezzi diversi, sperimentando nuovi linguaggi e ponendosi, per così dire, su una linea "antiaccademica". In particolare, ci è sempre piaciuta la fotografia».
Adesso è in corso la piccola antologica di
Franz Roh, con opere dal 1920 al 1965. «Una figura interessante, fu un grande storico dell'arte si deve a lui il termine "nuova oggettività". Lavora molto col collage ed il fotocollage, oscillando fra surrealismo e dadaismo senza però mai rinunciare al riferimento colto».
Ma torniamo alla storia, perché nel 1974 arriva
il grande salto: New York. «Ci è venuta la pazza idea di aprire uno spazio laggiù», ricorda Martini. E così al 429 di West Broadway nasce la filiale americana della galleria. «Negli USA mancavano molte informazioni sulle avanguardie storiche. Facemmo una mostra su Hans Richter che attirò molti visitatori e anche critiche positive sul New York Times».
E poi gli artisti. «Eravamo in un quartiere pieno di gallerie dedicate al contemporaneo. Prima o poi finivi per conoscere tutti i principali artisti di allora:
Andy Warhol, Name June Paik, Kaprow, Micaud». Mica male per due ragazzi partiti dalla Lanterna.
Dopo quattro anni, le difficoltà logistiche diventano troppo pesanti ed i nostri fanno ritorno. «Gli anni '80 si aprono con il rapporto con
César Domela, di cui abbiamo anche acquisito l'archivio. Ricordo poi una bella esposizione su
Larionov e la Gontcharova, quando ancora nessuno li conosceva. Infatti non vendemmo quasi nulla».
Lo studio costante dà ormai i suoi frutti, e Martini & Ronchetti cominciano ad essere contattati sempre più spesso da musei ed enti pubblici, questa volta come curatori. «Mi piace ricordare la mostra su Domela che abbiamo allestito a Lugano, nel 2000, e quella su
Chagall al Museo Ebraico, seguita subito dopo da
Garelli a Vallauris». Adesso c'è in ballo un'importante retrospettiva su Otto Hofmann a Berlino.
New York, Lugano, Berlino... mi viene il dubbio che tutto questo internazionalismo sia dovuto anche al bisogno di fuggire il provincialismo culturale genovese. Pongo la domanda e Gianni Martini cerca il modo più elegante per svicolare, ma siccome sono testardo, non ci riesce. «Beh, diciamo che non siamo stati molto "profeti in patria"... A parte alcune persone, poche, che ci hanno però sostenuto moltissimo. D'altronde è spesso un handicap lavorare fuori Genova». Almeno - aggiungo io - se poi conti di tornarci.
L'ultimo pensiero è per l'amico che non c'è più. «La libertà di pensiero di Alberto era particolare. Sembrava una di quelle persone che restano due passi indietro,
invece era un passo avanti».