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La metropolitana è un microcosmo, un non-luogo dove la realtà assume spesso un'accezione davvero bizzarra a soli 10 scalini dalla superficie. 10 scalini oltre ai quali il lunedì mattina, ad esempio, incontro sempre lui. Alto, bruno e corrucciato, spalle ai tornelli, commenta a voce alta le partite di calcio della domenica come un consumato uomo di sport. Non si rivolge a nessuno in particolare ma crea una sorta di personalissimo speaker's corner dove esprimere liberamente opinioni. Il popolo consueto delle sotterranea è abitudinario anche nella sua eccentricità: la stessa carrozza ogni mattina, gli stessi o quasi vicini di posto tutti i giorni mese dopo mese.
Treno delle 8.29, fermata Rovereto, direzione Molino Dorino - Rho Fiera, la mia è l'ultima carrozza, sempre quella.
Ho visto Arianna ogni giorno per un paio di settimane consecutive, anche lei incidentalmente ultima carrozza. Ci siamo trovate fianco a fianco sulla banchina, ogni tanto addirittura sedute vicine in attesa del treno. Dopo alcuni giorni di sorrisi di riconoscimento abbiamo cominciato a salutarci e finalmente una mattina ci siamo presentate. Mezz'ora di viaggio vola se si scambiano quattro chiacchiere.
Ed è stato divertente scoprire che questa bella ragazza bionda abita appena dietro casa mia. Stesso supermercato, stessa lavanderia, stesso giornalaio eppure in due anni non l'ho mai incontrata.
Il buffo è che Arianna lavora nel mio stesso ufficio, allo stesso piano ma a una decina di scrivanie oltre la mia e fino a maggio ha addirittura lavorato nello stesso posto dove ho lavorato anch'io per un anno e mezzo. E non ci siamo mai incontrate nemmeno lì.
Mai, mai, mai.
La metropolitana è un microcosmo, un mondo a parte.
Tutte le mattine un uomo che sembra disegnato da Fernando Botero dorme con la testa appoggiata sul braccio, nell'ultimo posto dell'ultima carrozza del treno delle 8.29, proprio di fronte alle porte scorrevoli. Tutte le mattine indossa lo stesso maglione blu di lana spessa e gli stessi jeans chiari. Dorme e respira talmente forte che sembra impossibile si possa scivolare in un sonno così profondo in mezzo agli stridori dei binari e alla confusione di un inizio giornata milanese. Tutte le mattine si sveglia di soprassalto alla fermata di Cadorna e scende di corsa prima che le porte si chiudano. Oggi sono stata io a svegliarlo, altrimenti avrebbe perso la fermata. Mi ha guardato per un secondo con l'espressione stupita di chi si chiede "Ma come...?!?" ed è corso giù.
C'è invece un tipo davvero bizzarro che non si siede mai, nemmeno se la carrozza è tutta vuota. Indossa sempre una camicia azzurra e un gilet scuro su un paio di jeans neri, quasi fosse una divisa. Il viso è nascosto da un paio di enormi occhiali da sole demodé e da un cappellino da baseball calcato sulla testa da cui spuntano due folte basette. Si tiene ai sostegni usando uno dei giornali che distribuiscono gratuitamente all'ingresso della metropolitana e quando inevitabilmente qualcuno lo tocca o sfiora si irrigidisce. Perché in metropolitana non esiste privacy, non esistono spazi vitali, ogni frase conversazione o commento sono condivisi. Spesso per il breve tempo di una manciata di fermate si diventa quasi intimi di chi ci sta accanto. Ci si ritrova in una sorta di abbraccio nel tentativo di raggiungere un sostegno o aggrapparsi come una gruccia a qualunque cosa possa evitarci di cadere rovinosamente sulle caviglie dei fortunati che sono riusciti a sedersi.
In metropolitana le leggi fisiche e morali si annullano, si assume un galateo ad hoc che prevede uno sguardo compiacente ai vicini quando si libera un solo posto a sedere prima di prenderne esultanti possesso e la possibilità di travolgere chiunque si trovi tra noi e le porte scorrevoli se dobbiamo scendere. In metropolitana gli umori si amplificano, le voci rimbombano e anche la vecchina più dolce e pacata si scopre grintosa se c'è da lanciarsi sull'ultimo posto a sedere disponibile.
La metropolitana è un microcosmo, un mondo a parte compreso tra due tornelli.
Cristiana Strabella
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