Genova. Parliamo oggi del più grande archivio storico d'impresa italiano, un patrimonio tanto utile quanto difficile da conservare. La Fondazione Ansaldo possiede oggi circa trecentomila lastre fotografiche, tremila filmati, centocinquantamila disegni e migliaia di chilometri di carta tra documenti contabili, amministrativi e tecnici.
Chi fa un documentario sul Novecento quasi certamente viene a pescare qui; oltre cento tesi di laurea sono state prodotte grazie a questi documenti, e altrettante pubblicazioni. Nella bella villa secentesca Cattaneo dell'Olmo và in media una persona al giorno per consultare gli archivi, che oltre a quelli dell'Ansaldo custodiscono fondi di Borsa Valori Genova, Costa, Gaslini, Perrone, Steno, Zoncada, Dufour, Finmare, Ilva e Manzitti.
Gli ultimi quattro sono stati recentemente dichiarati di grande interesse storico dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Che vuol dire? Che lo Stato riconosce l'importanza di quel patrimonio e si preoccupa di tutelarlo. Una bella vittoria per chi ha dedicato tanto alla Fondazione.
Uno di questi è Alessandro Lombardo, il direttore, che ci accoglie mentre sono in corso i lavori di restauro: «Mi raccomando ritorni a vedere quando hanno finito che ora è un disastro!», dice. Ma tra teli e pennelli si aprono soffitti affrescati, grandi tavoli, mobili pieni di classificatori. Il fascino della storia resiste alle picconate.
Lombardo si occupa di conservazione all'Ansaldo dal 1979, quando venne chiamato per costituire l'Archivio Storico: per la prima volta si pensò a una struttura che conservasse l'immensa quantità di materiali - la maggiori parte cartacei - prodotti dall'azienda da metà Ottocento, quando venne fondata. «Pensare che poco prima della creazione dell'Archivio sono state buttate migliaia di tele acquarellate di brigantini, golette ed altre imbarcazioni costruite dall'Ansaldo nell'Ottocento», dice Lombardo.
Mentre passeggiamo tra le stanze della Villa, mi spiega il valore di una passione che lo accompagna da circa ventisette anni: «Da queste carte si può capire lo stato imprenditoriale e sociale degli ultimi centocinquant'anni, ci sono i registri contabili, i verbali dei consigli. Si può vedere da vicino, dai numeri, come stavano le cose». IL paradiso degli storici, quindi, ma non solo. Il valore letteraroi, per esempio, non è da meno: «Nel primo numero della rivista La civiltà delle macchine, mensile interno dell'allora Italsider, c'era addirittura un editoriale di Ungaretti».
Anche la gente comune viene a portare la propria testimonianza: «a volte ci consegnano una semplice foto». Poco? No, anzi. «Quello che rimane è sempre una piccola parte, perciò ogni cosa ha un valore enorme», continua Lombardo.
Ma mentre i fondi della grande industria abbondano, manca tutto il filone della piccola-issima impresa italiana. Una legge consente di buttare via tutto ciò che ha più di dieci anni: «legge infausta», dice Lombardo. Ma lo sapevate, voi artigiani/commercianti, che potete portare i vostri cartoni di fatture e registri alla fondazione invece che al macero? L'impegno del gesto è lo stesso, il valore è ben altro.
Oltre a conservare la Fondazione Ansaldo offre servizi di riordino e restauro di fondi altrui. «Uno degli ultimi che abbiamo preso è quello dell'Elsag, mentre stiamo già lavorando sui filmati del cantiere navale del Muggiano, a La Spezia. Sono quasi tutte pellicole in 16 mm, datate dal dopoguerra al 1980».
Infine, notizia fresca, la Compagnia San Paolo ha appena finanziato un progetto dal titolo La Liguria del saper fare si racconta: «Faremo una serie di interviste a protagonisti del Novecento, da Ventimiglia a La Spezia. Si tratta di un'opera espressamente ideata per tutelare la memoria orale».
Una visita veramente istruttiva. Mentre esco, per la prima volta mi rendo conto che anche il racconto di una nonna può essere utile alla società intera.