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ROSPI DI CORSA
L'introduzione dei rospi della specie
Bufo marinus in Australia più di 70 anni fa, inizialmente per combattere gli insetti parassiti della canna da zucchero, si è trasformata in un disastro ecologico. I rospi, che ora hanno una diffusione geografica di oltre un milione di chilometri quadrati, sono tossici e si pongono come una minaccia reale all'ambiente. Oltre a tutto il problema si sta ampliando sempre più: una nuova ricerca indica che i rospi in prima linea nell'invasione hanno zampe più lunghe di quelle delle popolazioni precedenti. Ciò significa che possono invadere più velocemente nuovi territori.
Richard Shine (University of Sydney, Australia) e colleghi si sono posti al margine del fronte di invasione, 60 chilometri ad est della città di Darwin, nell'Australia del nord, ed hanno aspettando l'arrivo dei rospi, che possono viaggiare quasi 2 chilometri in una singola notte. Gli scienziati hanno riscontrato che i primi ad arrivare avevano le zampe più lunghe di quelli che giungevano successivamente. I rospi di popolazioni più antiche, stabilitesi nel Queensland, avevano zampe più corte, narrano i ricercatori in una Brief Communication in
Nature di questa settimana, indicando che l'evoluzione sta favorendo i rospi forniti di gambe lunghe, che conducono l'attacco al nuovo territorio.
Ciò è consistente con il fatto che l'invasione sta guadagnando terreno: dal 1940 al 1960, i rospi sono avanzati di circa 10 chilometri all'anno; oggi di fatto l'invasione guadagna all'anno più di 50 chilometri. Correre allunga la vita e apparentemente... anche le gambe!
FABBRICARE ANTICORPI: UNA FATICA...MORTALE!
I ricercatori del San Raffaele di Milano hanno scoperto un processo naturale di difesa dell'organismo: cellule specializzate per produrre anticorpi muoiono intossicate dalle loro stesse scorie; se vivessero troppo a lungo potrebbero portare all'insorgenza di tumori e malattie autoimmuni. Anticipiamo una ricerca che uscirà sul numero del 8 marzo dell'
EMBO Journal, la rivista della prestigiosa Organizzazione Europea di Biologia Molecolare.
Questo meccanismo è stato scoperto da un gruppo di ricercatori tra cui
Simone Cenci e Roberto Sitia, dell'Università Vita-Salute San Raffaele, con l'Istituto Scientifico Universitario San Raffaele di Milano, in collaborazione con Brescia, Marsiglia, Genova e Torino.
Quando il nostro corpo è attaccato da virus e batteri, come ad esempio nel caso di un semplice raffreddore, alcune cellule del sistema immunitario - i linfociti B - si differenziano, ovvero mutano la loro struttura, e si trasformano in plasmacellule, elementi in grado di produrre migliaia di anticorpi al secondo. Dopo 4 o 5 giorni all'interno della cellula scatta il meccanismo di morte programmata, chiamato apoptosi, e termina così la produzione di anticorpi. Se invece l'infezione non fosse ancora finita, la "lotta" verrebbe portata avanti da altre plasmacellule, che l'organismo produce come vere e proprie "forze fresche".
Per garantire una così elevata produzione di anticorpi le plasmacellule devono essere "fabbriche" molto più efficienti delle normali cellule. C'è però una funzione cellulare che non sembra possa migliorare: la distruzione delle proteine difettose, cioè del materiale di scarto della sintesi degli anticorpi. Infatti il numero dei "protesomi", le strutture cellulari incaricate di questo processo di smaltimento, anziché aumentare proporzionalmente alla crescita della produzione diminuisce. Le plasmacellule quindi iniziano ad accumulare scorie che a lungo andare diventano tossiche e le inducono alla morte.
Quindi in qualche modo le plasmacellule per autolimitarsi si "suicidano" come kamikaze. La morte è ben calibrata: non troppo presto per avere tempo di preparare anticorpi, non troppo tardi per non intasare.
Dunque possiamo dire che fabbricare anticorpi sia proprio...una fatica mortale.