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Un fotografo sempre in moto

 
Il mondo l'ha girato tutto. Scrive guide e collabora con tante riviste di ogni nazione. Pietro Tarallo ci racconta gli aspetti del viaggio
 
   

     
10 febbraio 2006
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tarallo.m
Pietro Tarallo «nomade per vocazione e sedentario per necessità», come è solito descriversi, vive a Pieve Ligure, ma viaggia sei mesi l'anno, girando il mondo.
Scrive reportage e articoli per i più importanti magazine e quotidiani italiani (Airone, Gente Viaggi, Repubblica delle Donne, Dove, Gulliver, Quark, Elle, La Stampa, Il Secolo XIX, Traveller, Per Me, Donna Moderna, Tu, Vera, Meridiani) e oltre guide turistiche che parlano di angoli lontani del pianeta, soprattutto di America-Latina, Africa e Asia. In particolare di Australia, Bali, Belize, Bolivia, Botswana, Cambogia, Cile, Colombia, Costa Rica, Ecuador e Galapagos, El Salvador, Estremo Oriente, Guatemala, Hong Kong, Honduras, India, Indonesia, Laos, Lombok, Madrid, Malaysia, Messico, Myanmar, Mosca, Mozambico, Namibia, Nicaragua, Panama, Parco dell'Uccellina, Perù, Portogallo, San Pietroburgo, Singapore, Sudafrica, Thailandia, Tunisia, Venezuela, Vietnam, Yemen e Zimbabwe. È stato in India più di trenta volte.
Dal 1981 ad oggi ha scritto guide turistiche per la Clup-De Agostini, Piemme, Rizzoli, libri fotografici per Idea Libri e White Star. Ultimamente, la maggior parte della sua produzione è pubblicata da Ulysse Mozzi.

Come è diventato viaggiatore?
«Nasco come pubblicitario. Alla fine degli anni Sessanta lavoravo prima con lo Studio Testa di Torino e poi con l'Ermenegildo Zegna. A 30 anni ho deciso di lasciare tutto e sono partito con un gruppo di amici per un lungo viaggio in Afghanistan, con l'obiettivo di arrivare in India. Abbiamo attraversato tutta l'Asia in camper, senza prendere l'aereo, ma dopo il solito litigio ognuno è tornato indietro con i propri mezzi. Io sono rientrato in Italia attraverso l'Iran l'Iraq, Bassora e Baghdad, risalendo il Tigri e l'Eufrate. Sono passato nel territorio dei curdi, un popolo meraviglioso, e sono stato espulso per aver avuto contatti con i loro capi».

E da quella volta non si è più fermato...
«Una volta rientrato in Italia, ho preso una laurea in lettere e ho iniziato ad insegnare nei licei. Nel frattempo ho cominciato una collaborazione con La Stampa. Nel 1981 la Clup pubblica la mia prima guida sull'Indonesia. Da allora è stato un susseguirsi di collaborazioni con le maggiori riviste di settore».

E si è occupato anche di una cosa particolare, la Guida ai monasteri d'Italia, che è diventato un best seller.
«Infatti. Negli anni '90 imbocco il filone del turismo religioso che, ho scoperto, riguardava almeno un milione e centomila viaggiatori. Tutto nasce da un reportage sul cammino da Santiago de Compostela.
Il libro ha avuto molto successo, e sempre per la Piemme, ho poi pubblicato La guida ai Monasteri d'Europa e la Guida ai Monasteri del Mondo, tutti scritti a quattro mani con Gian Maria Grasselli. Con cui ho anche pubblicato anche Antiche vie del Giubileo per la Rizzoli».

Oggi vive più in Italia o all'estero?
«Grazie ad una collaborazione con la casa editrice Ulysse Mozzi vivo sei mesi in Italia e sei mesi in giro per il mondo. Sono rientrato a marzo del 2003 da un viaggio di cinque mesi attraverso il sud e centro America: Equador, Guatemala, Panama, Costarica, Nicaragua, Honduras e Messico. Ho conosciuto fenomeni sociali ed economici impensabili.
In Nicaragua esiste un'isola dove c'è un paesino, Blue Field, in cui un signore monopolizza il commercio delle pinne di pescecane dirette al mercato cinese. È un paesino strategico, da cui passa anche tutto il traffico di cocaina e delle aragoste diretto negli Stati Uniti. Poi nel 2004 e nel 2005 ho realizzato reportage in Malaysia, Oman, Libia, Canada, Oslo, Helsinki».

E oltre al sud America, dove la portano i suoi viaggi?
«Viaggio su commissione, per lavoro, per cui capita che torni negli stessi luoghi per aggiornare le guide e capita, allo stesso tempo, che non conosca paesi come gli Stati Uniti e la Cina. In Mozambico ho scoperto dei legami stretti con Genova attraverso un'associazione che ha sede in Piazza Dante».

Che cosa cerca nelle culture straniere, le differenze o piuttosto le somiglianze con le società che già conosce?
«Le differenze culturali e storiche. Stiamo vivendo in un periodo di omologazione dei gusti e di conseguenza dei comportamenti, e credo che scoprire le differenze arricchisca il viaggiatore».

Chi legge le sue guide?
«Soprattutto giovani e viaggiatori individuali. Nelle mie guide inserisco sempre indicazioni di carattere letterario, musicale, cinematografico. Ho scritto una guida su Madrid, insieme a Marilena Malinverni, dove abbiamo parlato dei locali notturni più trasgressivi della città»

Come prende forma una guida turistica?
«Costruisco i miei viaggi a tavolino, partendo da spunti letterari e culturali. Poi confronto tra loro guide già esistenti e quindi contatto le ambasciate dei paesi che voglio visitare. A questo punto pianifico un percorso molto flessibile. Fino a qualche anno fa prendevo molti appunti ed utilizzavo il registratore, oggi uso il computer portatile e la sera, quando non esco, mi dedico alla scrittura. Inoltre, ho sempre con me due macchine fotografiche, con almeno 120 rullini, il cavalletto, tre obiettivi e moltissimi libri. Ovviamente, devo ridurre al minimo l'abbigliamento».

Come funziona l'editoria di viaggio rispetto all'editoria tradizionale?
«Ha tirature altissime soprattutto nel mondo anglosassone. La Lonely Placet è costantemente aggiornata. Però descrive dei percorsi standard, per cui chi la utilizza si ritrova negli stessi posti. In Italia regge sempre il Touring e l'EDT, che traduce la Lonely Planet».

Come è cambiato il modo di viaggiare e di progettare il viaggio con l'arrivo di Internet?
«È cambiato moltissimo. Innanzitutto si abbattono i costi dei biglietti aerei e si arriva a risparmiare quasi la metà. Poi si riescono a bypassare i tour operator e le agenzie, che sono i principali filtri del viaggiatore. Conosco sempre più viaggiatori che, grazie alla Rete, sono in grado di gestire da soli il proprio viaggio».

Enrico Ratto
 
 
 
 
 
 
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