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Capasoul
 

Capasoul: quando c'č il groove

 
Dal mangianastri del nonno alla radio. Dal funk all'hip hop. Parla uno dei maggiori esperti di black music della cittą. Sabato @ mentelocale
 
   

     
31 gennaio 2006
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di
Daniele
Miggino
   
I primi ricordi di Luca Arcangeli legati alla musica sono: un registratore Geloso a bobine del nonno - «diventato famoso nei film polizieschi degli anni '70, dove veniva usato per le intercettazioni», dice - e il mangianastri Grundig del padre. «Il primo disco fu Power to the people, di John Lennon». Un inizio niente male.
Dopo tanti anni Luca è diventato Dj Capasoul - nomignolo che si è meritato così tanti anni fa che quasi non si ricorda il perché - ovvero uno dei maggiori esperti di musica nera (che sia soul, funk, r'n'b o hip hop) attivi a Genova ma, come vedremo, non solo. E tutti i sabati sera dalle 22.00 lo trovate in consolle a mentelocale café.

Capasoul inizia a mettere i dischi nei locali a metà anni Ottanta, ma è cresciuto nella radio. «Mi ricordo perfettamente il mio debutto a Radio Nuovo Lido, che col Lido non c'entrava nulla, si trovava a Marassi. Era il 20 luglio 1980». Un'esperienza che ricorda con piacere, soprattutto per il contatto con la gente: «Non c'erano ancora i cellulari, anche una realtà microscopica poteva avere un buon numero di ascoltatori».

Matura presto la passione per la black music. «Per me non è solo un genere, è un ingrediente che trovi in tanti altri contesti, è una musica con una corposità e una "rotondità", un groove che non ha eguali». Quando gli chiedi di citarti due nomi dice Marvin Gaye e Curtis Mayfield, ma si capisce che ne ha altri mille in testa. Ha lavorato per anni spalla a spalla con Spillus - «che rimane un punto di riferimento», dice - e riconosce in Bobby Soul (Sensasciou, Blindosbarra) la prima persona che gli ha fatto amare il funk. «Un altro dj che mi fa impazzire è Mauro Sars, che suona musica elettronica al Mascherona, un genere a cui mi sono accostato di recente».
Quali sono i momenti che ricordi con più gioia? «Nel 2000, un Mtv Party al Rolling Stone di Milano, in onore di Mariah Carey. La pista si riempì dalle otto di sera: fu una specie di trionfo. Nel 2005, sempre a Milano, una festa nel Domus Circular, locale su una delle torri di San Siro». Quindi? Milano batte Genova 2 a 0? «No, mi sono divertito un mondo anche a ferragosto dello scorso anno. Eravamo a Sori, in un locale di amici sugli scogli: ho suonato per ore e ore, e sarei andato avanti».

Con Luca si fa anche un po' di storia della movida. «All'inizio degli anni Novanta ci si è resi conto che le cose stavano cambiando. Il centro storico iniziava ad essere frequentato anche da chi non ci abitava».
Alcuni luoghi sono rimasti nella storia: il primo Psycho di vico Carmagnola, il Lucrezia, il Quaalude, il 261 (allora si chiamava Do It), il Charlie Christian (zona San Donato) dove facevano jazz. «Ricordavano molto i locali di Londra, tanto erano underground nel vero senso della parola: dovevi scendere in seminterrati bui e assolutamente privi di sicurezza. Ma era tutto molto affascinante».

La cosa che fa più imbestialire un dj? «I problemi tecnici». Cosa lo fa godere? «Che la gente balli a prescindere dalla celebrità di un brano».
 
 
 
 
 
 
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