Il nome di Mario Bava probabilmente dice poco a chi non sia un appassionato cinefilo, possibilmente con una predilezione per l'horror e il cinema di genere.
Questo perlomeno in Italia, perché all'estero, soprattutto nei paesi anglofoni con una consolidata tradizione gotica, i film del regista sanremese hanno una grande circolazione nel mercato dell'home video. Il suo nome viene comunemente associato a quello di cineasti che gli si riconoscono debitori: Wes Craven, Tim Burton, Ridley Scott, Martin Scorsese e Quentin Tarantino, solo per citarne alcuni.
Se poi si considera l'attenzione benevola riservata dalla critica francese (
Cahiers du Cinema e
Positif in testa) alla sua opera, sarà naturale chiedersi perché Bava sia vittima di un ostinato ostracismo in patria, sancito dalla difficoltà di reperire i suoi film. Un ostracismo che si concretizzaa nell'assenza di passaggi televisivi, nella mancanza di edizioni in home video, e nel silenzio di certa critica, la quale dimentica di operare una decisa riabilitazione di quello che, da più parti, è ormai considerato uno dei maestri del cinema italiano e mondiale.
Un'altra occasione importante è stata persa in corrispondenza del ventennale della morte di Bava (avvenuta nel 1980), passato sotto colpevole (e probabilmente ignorante) silenzio.
Proprio a Genova, a novembre, si è svolto un convegno per celebrare la memoria del regista ligure.
Da questo incontro è emerso il ritratto di un raffinato "artigiano del cinema" (come lo stesso Bava era solito definirsi, frenato da una innata modestia), di un grande direttore della fotografia e di un geniale creatore di effetti speciali (abilità ereditata dal padre).
Soprattutto si è parlato di Bava come di un regista avulso dai cliché autoriali (e perciò inviso a quegli stessi critici che spregiavano Hitchcock prima che fosse "beatificato" da Truffaut) e, quel che è più importante, estraneo a quel provincialismo che troppo spesso ha frenato il successo del cinema italiano all'estero.
Quello di Mario Bava è un "cinema per il cinema", i cui film si dispongono naturalmente all'esportazione, privi come sono di riferimenti contingenti e limitanti a una realtà temporale, culturale e sociale specifica.
Proprio la considerazione del carattere "internazional popolare" e della modernità (dovuta al non essere mai state attuali) di queste opere, porta a domandarsi se non sia il caso di recuperarne alcune e riproporle al pubblico (magari quello d'essai): del resto il ritorno nelle sale di
L'esorcista, nella versione director's cut, a ventisette anni dalla prima uscita, dimostra che ciò è possibile.
L'augurio è quindi di poter trovare presto nel cartellone di qualche cineforum genovese
La maschera del demonio o
Operazione paura: non sarebbe solo un doveroso riconoscimento ad un grande cineasta ligure, ma anche un'occasione unica per (ri)scoprire film sconosciuti dei quali il cinema italiano deve riappropriarsi.
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