«Cuba la si ama o la si odia. Non ci sono mezzi termini». A parlare è
Aldo Garzia, giornalista direttore responsabile della rivista mensile
aprile e del quotidiano web
aprileonline. Ha appena pubblicato il suo ennesimo libro sul paese di Fidel Castro, dal titolo
Cuba dove vai? (Edizioni Alegre, pp. 166, 10.80 Eu), una riflessione d'inizio millennio sull'isola caraibica in cui la rivoluzione è arrivata alle soglie dei cinquant'anni. Quando lo chiamo sta per partire alla volta de L'Avana, dove presenterà il libro.
«Sono stato per la prima volta a Cuba nel 1978. C'era il Festival Mondiale della Gioventù e la delegazione italiana era guidata da Massimo D'Alema, allora segretario della FIGC». L'isola lo ha subito incuriosito, ci è tornato tantissime volte, per un periodo ci ha anche vissuto.
«Mi ha colpito la sua
vivacità politico-culturale, che dura ancora oggi - dice Garzia - chi era stato a Praga, Berlino, Varsavia si era reso conto che, a differenza di quelle città, lì la memoria della rivoluzione era molto presente. Insomma, vidi una società viva».
Inizia così un rapporto mai terminato: «ci vado ancora una o due volte l'anno». Parlare di Cuba vuol dire parlare di Castro. Intorno alla figura quasi leggendaria, contraddittoria del comandante, ruotano gran parte degli interrogativi che riguardano il paese.
Fidel è al comando da quasi mezzo secolo, ha visto succedersi oltre una decina di presidenti americani, è sfuggito a una quantità enorme di attentati, ha tenuto insieme il paese per tutto questo tempo, e non sempre è andato per il sottile.
L'hai mai incontrato? «Più volte, nel 1994 l'ho intervistato per
il manifesto». Che tipo è? «Mi ha colpito
il suo portamento regale: è alto quasi due metri, indossava la divisa militare. Quando ti riceve ti stringe le mani sulle spalle e ti fissa. Non è per niente facile intervistarlo». Narra la leggenda che alcuni dei suoi attentatori, dopo averlo incontrato si siano messi dalla sua parte, dal magnetismo che racconti potrebbe essere verosimile, no? «Ci sono
migliaia di aneddoti e barzellette sul conto di Castro, la sua carriera parla da sé: probabilmente è l'uomo politico contemporaneo più autorevole».
Dalla
distensione post 11 settembre nel conflitto Usa-Cuba, al nuovo attacco di Bush dopo la sua rielezione, fino al 2003, quando il comandante di L'Avana ha imprigionato settantacinque dissidenti e ne ha condannati tre a morte, incrinando i rapporti anche con l'Unione Europea.
Garzia illustra con taglio analitico la situazione di Cuba e azzarda alcune previsioni per il futuro.
«È possibile che dopo la morte di Fidel si apra un vuoto politico che nessuno è in grado di prevedere, dipende anche da come muore - dice lo scrittore - ma potrebbe esserci una linea di continuità con
Raul Castro, che è riduttivo definire "il fratello del capo": ha una carriera politica e di militanza addirittura più lunga di quella di Fidel. E poi, cosa da non sottovalutare, potrebbero esserci dei personaggi poco conosciuti in grado di prendere le redini della situazione». E prosegue: «A proposito di quest'ultimo punto, una delle critiche più incisive al governo cubano è quella di
non essere affatto trasparente».
Garzia ha un'altra grande passione:
la Svezia. Che hanno in comune America Latina e Nord Europa? «Anche la Svezia è passata attraverso un esperimento politico d'avanguardia: per ciò che riguarda i servizi, le libertà, l'autonomia, basta pensare al welfare. Cuba, invece, è stata una frontiera avanzata ed è tuttora un'anomalia».
La conversazione si sposta sull'atlante, se non fosse il tempo a mancare si farebbe il giro del mondo. Ma quando passiamo dalla Spagna, Aldo mi dà un'anteprima: «il prossimo libro, che uscirà il
10 gennaio 2006, è dedicato proprio al nuovo governo spagnolo. S'intitolerà
Zapatero: il socialismo del cittadino, l'ho scritto insieme a Marco Calamai».
Inevitabile l'appuntamento all'inizio del nuovo anno.