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Cultura

Il corpo e l'immortalitą

 
Oltre la follia di Antonin Artaud, si svela la sua concezione teatrale della vita. Esperti a confronto sui suoi scritti. Di Barbara Scapolo
 
   

     
5 novembre 2005
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Antonin Artaud
AMGA, Centro Convegni, ore 21
Teatro e scienza: Antonin Artaud e l'anatomia del corpo immortale
Carlo Sini, Carmine Di Martino, Florinda Cambria, Marco Dotti

Il vero teatro coincide con la vita: «un esercizio pericoloso e difficile» (A. Artaud)

Lungo un armonioso controcanto costruito sulla lettura, sull'interrogazione e sul commento di alcuni testi di Antonin Artaud, l'evento svoltosi al Centro Convegni dell'AMGA, finalizzato a «produrre un'esperienza», a «provarsi a reagire» direttamente su una delle figure più enigmatiche, complesse e affascinanti del secolo scorso, ha fornito notevoli spunti di riflessione, sollevando numerose problematiche e stimolando l'attenzione del pubblico, chiamato infine ad interagire direttamente con l'autore.

Oltrepassando ed esaurendo i luoghi comuni che limitano la cifra intellettuale di Artaud ad una sommaria riconduzione di ogni questione alla sua follia, gli esperti sono entrati nel vivo del «reticolato irregolare» degli stimoli che il pensatore fornisce nel «crogiolo di carne e di fuoco» della sua concezione (e pratica) teatrale. Teatro, anatomia e corpo: questi i concetti chiave lungo i quali si è tentato di sfiorare l'emblematico pensiero di Artaud.

Secondo la lettura diretta di un testo del 1948 (Il teatro e la scienza), nel quale il corpo diviene in Artaud «imperituro e immortale» se e solo se è soggetto ad un volontario cambiamento e quindi ad una trasformazione (da intendersi qui come passaggio da una forma all'altra) e ad una rivoluzione, l'immediata connessione di tale trama simbolica è quella che vi legge un corpo collettivo, vera e propria carne (come indicato dal filosofo M. Merleau-Ponty), in cui si giocano i destini politici del nostro tempo: il corpo muore solo laddove ci si dimentichi di cambiarlo e trasformarlo, cristallizzandolo in forme fisse che nietzschanamente non possono danzare, e quindi sfuggire allo «spirito di gravità» che attanaglia ogni tempo. Per non morire, o meglio, per divenire imperituro, siamo davvero sicuri che l'ordine sul quale è fondato la nostra società non possa (non debba) cambiare?

Ogni testo interrogato dagli esperti ha confermato la centralità dell'attenzione che Artaud riserva ad ogni attività indirizzata ad un cambiamento delle forme di una vita che è tutto in tutto, nella sua teoria come nella sua pratica; la scienza entra in gioco in quanto
1. essa rifà (trasforma) i corpi;
2. tutta la scienza della nostra tradizione è ana-tomica, cioè una scienza da macellai (un'analisi, un'analitica che seziona con arte allo scopo di indagare il corpo).

Artaud pare guardare ad ogni fare come se fosse un fare teatrale: secondo questa logica, la politica non diviene forse una «scienza del macello» così come la pedagogia, che indica cosa fare del proprio corpo, come avviarlo al macello? (Carlo Sini).
Tuttavia, per il pensatore «non è detta l'ultima parola sull'uomo»: cogliere il principio anatomico che costituisce ogni fare scientifico non è forse individuare la vita stessa? Non è forse indispensabile abitare ogni anatomia del corpo nella sua profondità, cercando una fluidificazione - essenzialmente mobile - di ogni forma (politica, culturale ed educativa) che ci costituisce? (Carmine di Martino).

Leggi gli altri articoli di mentelocale.it sul Festival della Scienza 2005

Barbara Scapolo

Nella foto: Antonin Artaud
 
 
 
 
 
 
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