Texas è cinema
facile, giocoso, movimentato e avvincente. Quel che dovrebbe essere sempre il cinema. Cioè azione, e non stasi e riflessione.
Texas è la storia di tre sabati ambientati nel basso Piemonte, in quella periferia al limite tra la dimensione rurale e la metropoli: una zona atipica che tanto richiama quella parte di America citata nel titolo, con tutti i suoi eccessi e le sue contraddizioni.
In una visione epifanica del Sabato, di leopardiana memoria, dove l'evento non è tanto in ciò che si fa, quanto in ciò che si vorrebbe fare, vive e vegeta
una sgangherata compagnia di giovani come ce ne sono tante. Ragazzi che di adulto hanno solo l'età e che, per il resto, hanno una tale paura della vita da starsene sempre in branco ad ubriacarsi o a stordirsi, vittime di un malessere che deriva dalla loro difficoltà ad identificarsi in un qualcosa che a loro non è dato avere:
dei valori in cui credere. Il naturale rifugio da queste insicurezze è l'amore in ogni sua forma. Quello leggero e disinteressato di Gianluca (
Riccardo Scamarcio) per Cinzia (
Iris Fusetti) che non se ne accorge e di lui è assai più innamorata, quello disperatamente violento di Davide (
Carlo Orlando) che scambia la dolcezza di Elisa per reale interessamento, quello appassito della maestra del paese Maria (
Valeria Golino) per il marito Alessandro (
Valerio Rinasco), un amore senza prospettive né economiche né d'interessi comuni, e l'amore segreto della stessa maestra per Gianluca che la ricambia.
Quest'intreccio di relazioni, raccontateci con la tecnica del
flashback da Enrico, una sorta di narratore interpretato dal regista
Fausto Paravidino, porterà allo scatenarsi di eventi finali raccontati con montaggio e ritmo più serrati. Tutto il marcio che stava sottoterra viene improvvisamente alla luce del sole, proprio come la pistola da partigiano che Alessandro dissotterra per usarla contro colui che gli ha portato via in un sol colpo moglie e onorabilità.
Una resa dei conti che però non avverrà mai.
E' questo che differenzia
Texas da un film americano. Si può parlare di disagio senza per forza far esplodere immagini violente, e si può parlare di un'altra violenza, quella psicologica del "furbo" che non si fa tanti problemi se deve scegliere tra la propria carriera e la salvezza economica dell'amico in difficoltà. Si può parlare di una "metropoli" fatta di ipermercati che vuole inghiottire un paese di piccoli negozi, e del paese stesso che si ribella grazie alla durezza e alla semplicità dei suoi anziani.
Un
dialogo generazionale che si rinsalda nel momento più critico del film (quando le situazioni di crisi tra i giovani protagonisti sembrano volgere al peggio) e che pare un auspicio di salvezza lanciato dal regista contro l'asprezza e lo smarrimento del male di vivere quotidiano.
Valerio Titone
Nella foto Fausto Paravidino in un momento del film