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Spettacoli

La tigre e la neve

 
Dopo il deludente Pinocchio torna Roberto Benigni. Replicando con vitalità e inesauribile vena poetica i temi de La vita è bella. Al cinema
 
   

     
17 ottobre 2005
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mentelocale di
Giorgio
Viaro
   
Tigre e neve
di Roberto Benigni
con Roberto Benigni, Nicoletta Braschi, Jean Reno


Ad un occhio critico e un po' pignolo verrebbe da sottolineare l'evidenza: Benigni ha rifatto La vita è bella sostituendo all'amore paterno quello coniugale, e ai lager nazisti la Bagdad devastata dai bombardamenti. Ma, lo chiariamo subito, con Benigni dell'occhio critico è dovere fare senza.

Attilio, poeta e insegnante, è innamorato non corrisposto di Vittoria. Quando lei, per lavoro, segue in Iraq un poeta arabo (un ottimo Jean Reno, che recita in buon italiano per tutto il film) e resta gravemente ferita in un bombardamento, Attilio decide di raggiungerla per prestarle soccorso.

Il messaggio è semplice e noto: chi salva una vita salva il mondo intero, chi ne stronca una lo ferisce a morte. E come parlare di una verità tanto banale quanto ignorata nei fatti, senza cadere nella retorica buonista e toccando davvero le persone?
Come ci spiega Attilio, mentre lo insegna alle sue figlie, il poeta è colui che, con le parole, sa rivelare a chiunque le emozioni che egli percepisce con vena speciale. E la trovata di Benigni regista-attore-poeta non è nemmeno così difficile da penetrare: per parlare del valore della vita umana, ci parla di sentimenti condivisi e facilmente riconoscibili da tutti. Troppo facile addormentarsi pasciuti e sonnolenti davanti a immagini di carneficine disperse in deserti alieni, abitati da razze aliene, e visti solo al TG. Ma se le vittime della bruttezza delle bombe, dei proiettili, della povertà sono i nostri figli (La vita è bella) o le nostre fidanzate, allora è più facile rendersi conto che dietro ogni vita stroncata c'è una donna, un figlio, un padre che per qualcuno è ragione di vivere (Se Vittoria muore per me si può anche ripiegare il cielo e metter via tutto, insieme con questo mondo immenso che gira; spegnere la luce del sole, questa luce che mi piace tanto perché illumina lei).

In questo impianto limpido ed efficace la generosità smodata di Benigni attore, la sua vena immaginifica vagamente felliniana (il matrimonio alle Terme di Caracolla, la piazza di Bagdad con il cielo stellato e un Saddam senza testa che indica il nulla) ed anche il suo coraggio etico - la scena in cui la bandiera della pace lo stende colpendolo in testa, a sottolineare che un passamontagna con i colori dell'arcobaleno è un indegno ossimoro - sono germogli che fioriscono nello spettatore in un profondo senso di gratitudine e pace.
E, si dica quel che si vuole, ma il Padre Nostro rivolto ad Allah e terminato con una mosca schiacciata, è una pagina indimenticabile, di cinema e di poesia.

Benigni ci parla dei massimi sistemi senza perdere un colpo, senza imbarazzare, senza banalizzare. Usa il violino, per ore, senza sviolinare. Roba da matti.

Giudizio 4 e 1\2 su 5

Nella foto Jean Reno, Nicoletta Braschi e Roberto Benigni
 
 
 
 
 
 
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