 © foto: www.disabiliforum.com
La situazione è tragica, e non si profila niente di rasserenante all'orizzonte.
Architetti, biologi, ingegneri, avvocati, traduttori, insegnanti e mille altri. Così profondamente diversi e così tragicamente uniti da un destino ingrato: tutti disoccupati. Anzi no, tutti "in cerca di prima occupazione". Un eufemistico sinonimo per indicare lo stato di disoccupazione. Eppure le offerte di lavoro sembrano essere infinite, e le possibilità per un neolaureato sconfinate, illimitate. Fenomeno balzano, apparentemente privo di spiegazione.
In effetti è difficile stabilire un collegamento logico fra le centinaia di migliaia di ragazzi senza un impiego e la quantità sbalorditiva di annunci e offerte di lavoro. Ormai, però, i giovani sono stanchi di sentire la solita storia che li condanna, che li vede protagonisti di esose pretese occupazionali. I nuovi laureati fin troppo spesso si accontentano di lavori che nemmeno in parte rispecchiano gli studi effettuati e i titoli affannosamente conquistati. Sudati. Strappati con unghie e denti dai protagonisti degli incubi di tutta una vita da studenti.
Stage non solo non remunerati, ma che nemmeno prevedono una copertura minima delle spese. E che, come spesso reso esplicito a chiare lettere, non prevedono alcuna speranza di una eventuale quanto remota assunzione da parte dell'azienda in questione.
Forse una spiegazione potrebbe essere proprio questa. Non c'è posto per tutti, nemmeno considerando il rapido ricambio di stagisti.
Dà soddisfazione uscire stremati dagli anni dell'università con un misero rotolino di carta in mano (profumatamente pagato anche quello) e sentirsi chiedere - sempre ammesso e non concesso che ci sia di fatto qualcuno disposto a concedere un momento di relativo interesse - quanti e quali sono i master all'attivo, quanti gli anni di esperienza, quante le pubblicazioni, possibilmente a livello internazionale.
La situazione attuale nello stivale è davvero tragica. E se il tasto dolente dei raccomandati di ferro è addirittura protagonista di accesi dibattiti in TV, non sarà certo perché si tratta di un mero luogo comune. È vero, i raccomandati ci sono sempre stati. È vero, non sono soltanto in Italia. È vero, le cose non funzionano soltanto per loro. Però è altrettanto vero che per loro è più facile trovare un lavoro. Che fin troppo spesso i pochi concorsi ancora indetti sono costruiti ad hoc, in base ai requisiti di alcuni candidati, ed è tragicamente vero che ci sono troppe menti di valore a spasso. Purtroppo c'è uno spreco di potenziale prezioso che giace inesplorato nelle fila dei disoccupati. Il fatto che le raccomandazioni nel nostro paese siano una realtà consolidata e ormai tristemente e passivamente accettata non deve significare che le cose vanno bene come stanno e non hanno motivo di cambiare. Non sarebbe piuttosto ora e tempo che qualcuno si mettesse una mano sulla coscienza?
Roberta Penna
|