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Società & Tendenze

Il difetto che va di moda

 
Dalla pubblicità al design, dall'arte alla Tv fino all'architettura. L'imperfezione tira parecchio. Il libro di Maria Claudia Rampiconi
 
   

     
15 settembre 2005
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di
Daniele
Miggino
   
Imperfezione
Macchine ammaccate, volti sfregiati, ferite, ematomi, angiomi, obesità, vestiti strappati o scoloriti, scarpe single, gambe storte. Non c'è dubbio, negli ultimi anni tutto ciò che appare difettoso ha acquisito un certo valore estetico, soprattutto in pubblicità ma anche nella moda, nel design, in architettura. Se ne è accorta Maria Claudia Rampiconi, che ha scritto un saggio dal titolo Imperfezione, il fascino discreto delle cose storte (Castelvecchi, pp. 190, 15 Eu). L'autrice verrà a presentarlo a Camogli - presso la libreria Il Portolano - sabato 17 settembre alle ore 18.30.

Maria Claudia, che oggi lavora in una società di editoria multimediale, ha iniziato ad occuparsi di questo tema per la propria tesi di laurea in Scienze della Comunicazione. «È stata un folgorazione - dice lei - sfogliando riviste e giornali, come è mio solito, mi è caduto l'occhio sulla pubblicità dello stilista Massimo Piombo, di cui è protagonista Valentine, una ragazza con un grosso angioma sul viso». Un caso? Forse, ma intanto inizia a cercare i difetti su tutto il materiale che le passa sotto mano. Un altro esempio lampante è lo spot Nessuno è perfetto della Bmw. «Ben presto il problema è diventato circoscrivere il campo e non andare fuori tema, perché a un certo punto vedi imperfezioni ovunque».

La tesi è questa: più o meno a partire dal 2000 l'imperfezione è entrata di prepotenza nelle strategie di comunicazione, non più e non solo come elemento di trasgressività, ma come valore in sé. In breve, è diventato di moda.
Contro il dominio dell'idea di perfetto, di bello, di buono (eredità addirittura platoniche) e sulla scorta dello spirito barocco, si fa largo lo storto (come le gambe di Kate Moss), il brutto (Charlize Theron in Monster o Nicole Kidman in The Hours), il ciccio (spot dell'azienda produttrice di sapone Dove), il deforme (Monster & Co., Shrek). Ma perché?
L'idea dell'autrice è che tramite il difetto la comunicazione si sia resa più reale, più umana. Vi è anche una spiegazione sociologica: in periodi storici di particolare turbolenza, questo tipo di estetica disturbante, asimmetrica, irregolare torna: basta pensare a Guernica di Picasso.

L'analisi, tuttavia, si trova davanti a un certo numero di quesiti. Primo fra tutti: il difetto come valore estetico è anticonformista o c'è qualcosa sotto? Già, perché se Valentine, con il suo angioma in bella vista colpisce e stupisce, il gel della l'Oreal che garantisce l'effetto "giù dal letto", o il jeans strappato e slavato ad arte, o ancora le scarpe asimmetriche di Camper o Add Project, sottintendono una naturalità del tutto artefatta. «Il fatto è che la moda del difetto ci porterà ad un nuovo conformismo, sullo sfondo del quale rimarrà comunque la vecchia concezione di perfezione», dice Maria Claudia.
E poi, quanto durerà questa moda? Per gli occidentali è sempre un problema uscire dalle definizioni e dalle etichette. È difficile che l'altalena tra perfezione e difetto arrivi a una sintesi, è più probabile una convivenza (come già esiste) che alla fine fiaccherà la potenza espressiva e valoriale dell'imperfezione. «Il pensiero orientale, invece, riesce a cogliere questa sfumatura: per esempio celebra la bellezza delle cose incompiute», conclude l'autrice.

Nella foto: un particolare della copertina di 'Imperfezione'
 
 
 
 
 
 
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