Guarderò le stelle,
com'erano la notte ad Arles,
appese sopra il tuo boulevard;
io sono dentro agli occhi tuoi,
Víncent...
Sono questi i versi con cui si è alzato il sipario ieri,
11 settembre, sul concerto di
Roberto Vecchioni alla
Festa dell'Unità. Palco scarno,
atmosfere intimiste (che più intimisti di Vecchioni è dura), ad accompagnarlo
un contrabbasso e un piano, cui concede debite parentesi d'assolo. Luci calde, tempi dilatati e un repertorio che oscilla tra il filologicamente corretto e succosi
riarrangiamenti jazz, rendendo il suo live davvero unico.
Roberto si prende i suoi tempi, si emoziona con la sua gente e con la sua vita, con i suoi cazzi e con quelli di tutti gli eroi poeti maghi cavalieri gente da niente che ha cantato nella sua vita, chiudendo in un abbraccio solo, sempre, il fango e le stelle.
Parte con tre canti d'amore,
Vincent, la rara
Canto notturno di un pastore errante dell'aria e la struggente
Figlia (
vorranno la foto col sorriso deficente/ diranno:
"Non ti agitare, che non serve a niente"/ e invece tu grida forte/ la vita contro la morte), poi devia su territori di divertita malinconia,
Blumùn e
Le mie ragazze, lascia spazio a piano e contrabbasso, si ripiega su sé stesso con
E invece non finisce mai e
La bellezza, e poi infila in scaletta addirittura
Parabola,
sbucata direttamente dal suo primo album (
1971 ragazzi, mica pizza) e rivista con ferocia.
Tra una canzone e l'altra s'alternano le favole,
Il soldatino di stagno,
Pollicino,
Mignolina e tante altre, e a chi gliene chiede un'altra Roberto risponde «queste sono verità, le favole ve le raccontano altri».
Parole alla platea mica tante, o tantissime magari, che quando Vecchioni canta non è che sta lì a gorgheggiare, stà lì a parlare con te, ma
un paio di guizzi d'ironia li mette giù comunque, e quando salva un microfono dalla caduta se ne esce con «Che riflessi che c'ho ragazzi, magari ce li avesse Julio Cesar!».
Poi arrivano i
must,
Milady (con tanto di strofa bucata che manda in para gli strumentisti),
Samarcanda e
Luci a San Siro, alternati con i fondi del suo del cuore,
Celia de la Cerna che gli porta via due lacrime, l'abbraccio arreso di
Viola d'inverno (
E dopo aver diviso tutto/
la rabbia, i figli, lo schifo e il volo/ questa è davvero l'unica cosa che devo proprio fare da solo/ E dopo aver diviso tutto/ neanche ti avverto che vado via/ ma non mi dire pure stavolta/ che faccio di testa mia/ tienila stretta la testa mia) e le confessioni sbilenche di
Le lettere d'amore.
Arriva
il momento dei bis: Vecchioni
chiude in controtempo, come fa da una vita intera. Chiude con
l'orgoglio smisurato d'esser uomo di fronte al Signore della stazione di Zìma, con l'orgoglio morente del bandolero stanco e poi, proprio all'ultimo, alla fine fine, che t'aspetti
Voglio una donna o
Il tuo culo e il tuo cuore o roba così, ti ritrovi con
Alighieri, anno
1975.
«Canzone scritta da un professore di liceo dopo una notte insonne e una sbornia, appena mollato dalla sua donna».
Canzone che, dopo due ore e un quarto di poesia spudorata, chiudesi così (essa e il concerto): «e vaffanculo a tutto!».
Signore e signori, Roberto Vecchioni.