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Lara ha trent'anni, Giacomo ne ha ventuno e Cristina quaranta. Il 7 settembre 2005 erano tutti alla Festa dell'unità di Genova, nella sala Guido Rossa, dove si è tenuto un dibattito sui giovani e il precariato. Ma precari non sono solo i giovani. Supplenti, ricercatori universitari, collaboratori a progetto dai capelli grigi e senza un contratto a tempo indeterminato sono lì a dimostrarlo. Nella sala allestita in onore del sindacalista ucciso dalle Br, la maggioranza dei presenti ha passato l'adolescenza da un pezzo.
Precario è qualsiasi lavoratore che sottoscriva un contratto atipico. Basta guardarsi attorno per capire che quello tipico è praticamente un miraggio, una favola, se non una barzelletta, dei nostri tempi.
La chiamano flessibilità. È di chiara ispirazione anglosassone. Per molti anni oltreoceano ha funzionato: il paese è cresciuto e i professionisti potevano permettersi il lusso di cambiare lavoro anche in età adulta.
Quando si è deciso di importarla in Italia, però, qualcosa è andato storto. La disoccupazione è aumentata, addolcita soltanto da qualche lavoretto saltuario. Le statistiche non servono un granchè perché oggi le collaborazioni scadono nel giro di sei mesi. A volte le rinnovano, ma nel frattempo rimane veramente difficile progettare il proprio futuro. Una famiglia, una casa. Giacomo è iscritto alla Facoltà di Filosofia, secondo lui «la flessibilità è un problema mascherato in opportunità». Giacomo è nella sinistra giovanile come Andrea Puggiani il più giovane dei relatori della Festa dell'Unità. I due concordano sulla necessità di non abbandonarsi al pessimismo perché «la rassegnazione non deve appartenere alle nuove generazioni». Vivono questi tempi bui, un po' come una sfida «per dimostrare che non siamo i pigri abitanti di una società opulenta».
A quelli che si ostinano a tirar fuori l'immagine del trentacinquenne che abita ancora con mamma e papà Andrea risponde con l'oggettiva impossibilità di costruirsi delle certezze. «La precarietà, già grave nel lavoro - sostiene Piero Ruzzante, deputato DS - si riflette con esiti ancor più catastrofici nella percezione del proprio futuro, della propria vita, che i giovani non possono permettersi di pianificare». Ma le banche, si sa, vogliono garanzie: senza contratto a tempo indeterminato niente mutuo. Senza mutuo niente casa. Senza casa niente famiglia. Nel più tragico degli scenari: niente più figli e quindi futuro. Hai voglia poi a distribuire stitici assegni di maternità.
I Ds hanno portato in Parlamento una proposta di legge «nata fuori dal palazzo, ascoltando i giovani» spiega Ruzzante. Si chiama Disposizione in materia di accesso al futuro per le nuove generazioni e prevede anche una raccolta di firme. Nel dibattito dell'altra sera non è stato possibile analizzarla in ogni sua parte. Ruzzante però ne sottolinea «la volontà di investire sui saperi e la necessità di non guardare ai giovani come ad un problema, ma piuttosto come una risorsa». Come? «Promuovendo la cultura contemporanea e consentendo l'accesso a teatri, musei, musica e libri a prezzi ridotti per i nostri ragazzi».
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