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Ecco, questa settimana mi concedo il piacere di una piccola deviazione dal sentiero consono, trascuro un attimo le novità (che mica escono capolavori da Videoteca di Alessandria tutte le settimane...) e vi suggerisco un film che è in giro da un po'.
L'idea nasce per la verità durante
la mia trasferta a Broadway, mentre assisto al superclassico di
David Mamet Glengarry Glenn Ross. Nell'occasione mi torna in mente quel gioiello impolverato di cinema a basso costo che è la versione cinematografica della suddetta pièce teatrale, intitolata, nella traduzione italiana, semplicemente
Americani.
Come tutti i grandi autori teatrali, Mamet scrive partiture per attori che consentono, nelle mani giuste, pezzi di bravura straordinaria. E non a caso, teatro o cinema, le star si ammazzano per avere un ruolo nei suoi allestimenti. In questo contesto
Glengarry Glenn Ross costituisce addirittura un'occasione privilegiata, perché ci sono almeno cinque ruoli che per un attore rappresentano un'occasione senzazionale. I venditori di appezzamenti di terreno di Mamet incarnano un microcosmo umano di vivissima consistenza: fanno il lavoro più schifoso del mondo e gli sopravvivono come possono. Con rabbia, frustrazione, residui d'orgoglio, fatalismo. I loro incroci verbali grondano il sudore della miseria umana, sono il suono della disperata rincorsa alla sopravvivenza dell'impiegato invisibile e avvelenato dalla vita.
E i più grandi, quest'occasione, non se la sono fatta scappare.
Al Pacino,
Alec Baldwin,
Ed Harris,
Alan Arkin,
Kevin Spacey e il compianto (mai abbastanza)
Jack Lemmon. Tutti insieme. E non solo nello stesso film: quasi sempre nella stesso set, nella stessa inquadratura, proprio come fosse teatro. Roba da sindrome di Stendhal.
Ora, che i tipi qua sopra siano dei mostri già lo sappiamo tutti e non è che si possa aggiungere molto, niente comunque che renda davvero l'idea:
bisogna vederseli e stop. Ma due parole su questo Lemmon me le voglio giocare. Aveva 67 anni quando ha girato questo film (nel 1992). Sulle sue spalle una carriera infinita e memorabile, una padronanza totale sia di ruoli brillanti (spesso al servizio del grande
Billy Wilder o a fianco del suo complice per eccellenza,
Walter Matthau) che drammatici. Ed era anzi questo che più d'ogni altra cosa lo rendeva speciale: la capacità di alternare, con cambi repentini e raggelanti, i registri nel giro di due battute, e farli sfociare poi entrambi in una malinconia accennata, silenziosa e fiera.
Americani è l'occasione che Lemmon ha usato per raccogliere tutto il suo talento e la sua esperienza e depositarli definitivamente nelle nostre memorie cinefile: il suo Shelley,
The machine Shelley, venditore stanco, piegato (piagato) dal tempo, da una nuova generazione di colletti bianchi senza valori e da una figlia malata, graffia il cuore. Un perdente senza possibilità di riscatto, destinato a vendersi l'anima e il poco futuro che gli resta. Che aveva parlato la stessa lingua dell'
Eastwood di
Million dollar baby con dodici anni di anticipo.
Essendo questa una rubrica sui dvd non possiamo però tacere le magagne dell'edizione della Storm, decisamente insoddisfacente dato il livello del film (e anche non dato). Contenuti speciali limitati alle filmografie di attori e autori, e audio originale in un surround un po' misero (in dts, invece, la colonna sonora italiana). Ma soprattutto una qualità visiva che lascia a desiderare: il video, presentato in un corretto 2.35:1, palesa infatti tremolii davvero irritanti del colore, specie nelle scene girate all'interno del ristorante cinese, con dominanti rosse molto violente che non se ne stanno ferme un attimo.
Ma tant'è, questo passa il convento e non è roba a cui si possa rinunciare.
Nella foto sopra: Jack Lemmon e Kevin Spacey
Nella foto sotto: Al Pacino