Siamo arrivati al dunque, come si suol dire.
Se siete a Manhattan e volete fare una sola puntata a teatro, scegliete uno spettacolo di prosa. Davvero, lasciate perdere i musical.
Le ragioni sono diverse.
Innanzitutto il piacere di vedere sul palco attori che solitamente vi capitano solo al cinema. Generalmente c'è l'imbarazzo della scelta. Comunque compratevi l'ultimo numero di Time Out in edicola e date un'occhiata.
In questo momento gli spettacoli a più alto tasso di star sono , con Liev Schreiber (Sfera, The manchurian candidate, i tre Scream), Alan Alda (Crimini e misfatti, Misterioso omicidio a Manhattan, The aviator) e Jeffrey Tambor (Vi presento Joe Black, Hellboy), e con Billy Crudup (Quasi famosi, Big fish, Stage beauty) e il mitico Jeff Goldblum.
Io vi consiglio il primo.
Tratto da una diabolica pièce del 1984 di David Mamet, che ha già avuto numerose riduzioni teatrali, (oltre ad una versione cinematografica memorabile, Americani, che contava su Al Pacino, Alec Baldwin, Ed Harris, Jonathan Pryce, Kevin Spacey e Alan Arkin), incentrata attorno alle vicende di un gruppo di venditori immobiliari sull'orlo del licenziamento, è il classico esempio di quanto grandiosi possano essere i risultati quando si hanno a disposizione molto talento e molto denaro.
La scenografia innanzitutto.
L'impostazione è cinematografica: nessun misterioso simbolismo, nessuna invenzione astratta, nessuno spazio lasciato alla fantasia. Ogni angolo di palco è riempito da una copia del mondo rappresentato indistinguibile dalla realtà. Quando inizia il secondo tempo e il sipario si apre su un ufficio completo di ogni particolare più insignificante, senza soluzione di continuità dalla gomma sul pavimento alle prese d'aria sul soffitto, dal palco sale un boato di stupore. Provateci voi a resistere.
Per la recitazione vale un discorso analogo. Uno dice: questi qui lavorano ad Hollywood e chissà chi si credono d'essere. Ora, io non so chi si credono d'essere ma ho visto chi sono: dei mostri. Lo stile è decisamente naturalistico, l'affiatamento totale (e non si stenta a crederlo con tutte le repliche che fanno, nove a settimana), la resa senza paragoni possibili. Non ho mai visto niente di simile, con buona pace di tutte le Melato e i Lavia nostrani. Schreiber, ad esempio, è di un pianeta di cui non sospettavo nemmeno l'esistenza. E non preoccupatevi della lingua: magari noleggiatevi prima il DVD del film (così saprete il senso della faccenda), ma se anche non capite una parola di inglese godrete ugualmente come savoiardi in un Tiramisù.
La regia è forse l'unico punto debole. Ma se nei musical se ne sentiva la mancanza, qui il mestiere dei protagonisti compensa ampiamente. Anzi, è probabile che la briglia sciolta, che è loro evidentemente concessa, sia funzionale al risultato. Voglio dire, non puoi ingaggiare Roberto Baggio e poi chiedergli di giocare in copertura.
Infine una curiosità. Qui non si usano gli applausi-fiume. Io sarei rimasto a spellarmi le mani, ma dopo neanche due minuti hanno smesso tutti e nessuno è più tornato fuori.
Se proprio non riuscite a contenere l'entusiasmo, chiedete alla maschera più vicina di indicarvi da dove escono gli attori (solo se non è una matinée, perché in quel caso molti restano in teatro fino allo spettacolo serale). Di solito sono disponibili.
Nella foto la locandina dello spettacolo Glengarry Glen Ross