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Oreste De Fornari
 

De Fornari @ mentelocale

 
Due chiacchiere con il pił amabile critico cinematografico della tv nazionale. La crisi del cinema italiano, i nuovi autori, i film cult
 
   

     
05 luglio 2005
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mentelocale di
Giorgio
Viaro
   
Minuto, cordiale, vispo. Oreste De Fornari, autore televisivo apprezzato (Magazine 3, Perdenti, La principessa sul pisello), critico cinematografico di lunga data, curatore della rassegna Ingrandimenti all'ultimo Genova Film Festival e soprattutto genovese doc, si presenta all'appuntamento con qualche minuto di anticipo. Indossa una polo a maniche corte di una tonalità d'azzurro lieve come la sua voce.
Composto su un divanetto rosso dedica un'attenzione quasi maniacale alla nostra discussione, aprendo parentesi l'una nell'altra, ma recuperando ogni volte il filo del discorso con prezioso rispetto per le domande poste. La sua onestà intellettuale emerge limpidissima e spontanea, che si disserti di cinema o della sua vita.
Parliamo (soprattutto lui, un vero fiume in piena) per circa 50 minuti, durante i quali non riesco a fargli più di qualche domanda. La sua impetuosa semi-afonia traccia dettagliatissimi panorami critici degli italici schermi.

Come mai la scelta di dedicare a Ponzi la rassegna Ingrandimenti?
«Perchè è un "irregolare" del cinema italiano. Non ha mai avuto grande successo personale (a parte forse con Io, Chiara e lo scuro) né è mai esistito un culto del suo lavoro (ammesso che lo avrebbe desiderato). Non gode del prestigio dei ribelli, ma non è nemmeno un conformista della commedia all'italiana o della farsa. Ecco perchè è necessario "ingrandirlo": da lontano è difficile definirlo».

Qual è, secondo lei, il significato del nebuloso e diffusissimo modo di dire "Crisi del cinema italiano"? Io ormai l'ho sentito usare così tanto che non ne ho più idea.
«Nemmeno io. Nemmeno io perchè ne sento parlare da cinquant'anni. Qualcuno sostiene che il cinema italiano è in crisi da sempre, perchè non è mai stato un'industria, quanto piuttosto un forte artigianato con una componente industriale. Io direi che il cinema italiano è andato discretamente bene fino all'avvento delle tv, o comunque fino a che i canali erano solo due, anche se già di per sè gli anni settanta, dopo la grande stagione del dopoguerra, non erano più periodo di mele d'oro. È mancato un ricambio generazionale. Ponzi, di cui parlavamo poco fa, resta uno dei casi più fortunati di una generazione di registi che allora avevano cinquant'anni e oggi ne hanno settanta. Più famoso e fortunato di lui è stato Amelio».

E poi?
«La generazione di Ponzi e Amelio è una generazione perdente: molti hanno fatto un film o due e poi sono scomparsi. Poi è arrivata l'onda dei Moretti, Virzi, Risi, Tognazzi, Soldini, Pozzessere, tutti di discreto valore e forza. È una generazione più fortunata perchè si è fatta meno problemi rispetto ai grandi modelli. Invece i Ponzi, gli Amico, gli Amelio, avevano infiniti tormenti stilistici: posso fare questo zoom? è accettabile questo primo piano? questo dettaglio di una gamba? l'avrebbe fatto Rossellini? E così, venuti su con questo mito del rigore hanno finito per inibirsi».

Oggi com'è la situazione?
«Per quanto riguarda il presente, sulle sale vuote se ne dicono di tutti i colori, ma è il classico uovo di Colombo: più che una presunta carenza di talenti il problema resta la tv, che ha soprattutto inciso sullo spirito del cinema italiano finendo per sottrargli quella capacità di fotografare la realtà e restituirla integra o trasfigurata (in chiave comica o satirica o poetica) che gli era stata tipica nei momenti migliori.
Ma il paradosso è che l'eredità del buon cinema di genere è stata raccolta proprio dalla tv, dalle serie televisive, almeno alcune: Distretto di Polizia è molto meglio dei vari "commissari" degli anni '70. Per dirne un'altra, Elisa di Rivombrosa mi è piaciuto molto: un feuilleton cappa e spada veloce e con personaggi ben definiti, erede di certi melodrammi in costume degli anni '50. Il cinema popolare italiano, bene o male, si è trasferito in tv.
Il futuro nelle sale sono invece probabilmente le farse, più o meno sbracate: con Natale sul Nilo mi sono divertito, con Christmas in love un po' meno».

C'è qualche autore italiano giovane che le piace particolarmente?
«Direi Vincenzo Marra. Mi è piaciuto Tornando a casa, una storia di pescatori napoletani. È un film tristissimo, sembra quasi iraniano. È curioso: una volta per fare un complimento a un film si diceva 'sembra americano', oggi si può dire che sembra iraniano».

Gli ultimi film americani che le sono piaciuti molto?
«Mi viene in mente Woody Allen, anche se il suo ultimo film molto bello è stato Crimini e misfatti. Tra i più recenti mi è piaciuto abbastanza Holliwood ending».

E Clint Eastwood?
«Ah, giusto, certamente. Mystic river vale un nove e Million dollar baby un otto e mezzo. Mystic river me lo sono appena riguardato».

Un ultima cosa: perchè non esiste un programma televisivo di critica cinematografica?
«L'avevamo fatto su Rai Sat Cinema: è durato un anno e poi è sparito. Forse non è stata trovata una formula vincente per parlare di cinema in tv. E poi i programmi di critica fanno arrabbiare i produttori, con tutti i problemi che ne derivano. Ma soprattutto: se la gente non va al cinema perchè dovrebbe stare ad ascoltare persone che parlano di film che non ha visto?»
 
 
 
 
 
 
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