Monica a mentelocale è di casa ormai da un paio d'anni. A furia di incontrarla senza sapere chi fosse, un giorno incuriosita, chiedo e capisco che lavora per una cooperativa (
Isforcoop, un'agenzia attiva in Liguria dai primi anni ottanta) che si occupa di corsi di formazione, ma in particolare, segue le donne, tirocinanti per esempio a mentelocale cafè che affrontano il loro periodo di stage in azienda: "figure che oggi sono inserite. Se no non sarei qui", dice Monica. Donne che provengono da diversi paesi, molte dall'Africa, donne che, a qualche punto del loro viaggio, hanno subito la violazione dei loro diritti, ma anche donne italiane anche loro vittime di una qualche forma di disagio (psicologico, economico, ecc.).
Monica Rebesco si occupa proprio di loro, delle donne, tra formazione e lavoro in nome del recupero di dignità e qualità di vita.
Laureatasi in farmacia, Monica ha sempre fatto volontariato, poi, ad un certo punto, l'occasione: un corso sulle donne straniere e il loro disagio. Era il '99 e i flussi dell'immigrazione si stavano intensificando e diversificando e così la costruzione di progetti specifici. Monica si è costruita la professionalità necessaria al momento giusto. "Ero l'unica ligure a San Benedetto del Tronto che faceva quel corso".
Oggi, all'interno di
Isforcoop si occupa di due tipologie di corsi
Artemide. Donne e disagio per la fascia 22-45 anni e
Ametista. Donne straniere dedicato a ventenni e trentenni. Entrambe sono attività sovvenzionate dalla Provincia attraverso fondi della Comunità Europea. Il primo ha una durata di 300 ore, di cui 100 di aula e 300 di stage, l'altro sta tra le 450 e le 520 ore complessive, di cui duecento di aula e 330 di stage circa. Artemide all'inizio era rivolto esclusivamente alle donne italiane, oggi il 30/35% delle partecipanti sono donne provenienti da Croazia, Colombia, Senegal e altri stati africani. "Quando è nato il corso", mi racconta Monica, "le percentuali erano molto diverse e potevano esserci al massimo una o due donne dal Sud America". Le donne, che devono avere il permesso di soggiorno come unico requisito obbligatorio, in genere si propongono attraverso autocandidature oppure vengono segnalate dai vari distretti. Come
Isforcoop ci sono altri enti di formazione che attivano questi corsi e in genere le donne vengono indirizzate a seconda della residenza oppure ci arrivano attraverso il passa parola di amiche. Prima di cominciare, come momento di selezione a Isforcoop si fanno due giorni di seminario dove ci si presenta, si hanno informazioni sul corso e si accede ad un colloquio. "Sono tutte fasi molto delicate", mi spiega Monica "ma il momento più difficile, specie per le italiane con forti disagi, si manifesta quando è tempo di affrontare lo stage. In molte non se la sentono, vogliono tirarsi indietro, temono il confronto".
"I nostri corsi", sottolinea Monica, "sono tutti piuttosto flessibili. Mentre le ore di aula avvengono in un periodo predeterminato, quelle di stage si possono fare in tre o 6 mesi. Si tratta di percorsi personalizzati che possono prevedere anche la sospensione, la ripresa o il cambio dell'azienda proprio per evitare che il timore, o un impatto inizialmente negativo pregiudichino l'intera esperienza e il corso stesso. Nel tempo abbiamo imparato ad articolare sempre di più i percorsi per permettere ad ognuna di avere le massime prospettive di assunzione e quindi trovare il proprio benessere personale. Il lavoro che facciamo punta ad un duplice obiettivo: risolvere nell'immediato il problema economico e soddisfare le loro ambizioni tenendo conto di attitudini e capacità". Monica continua e mi racconta che durante lo stage le donne hanno un giorno alla settimana di rientro in aula, dove possono raccontare di sé e condividere difficoltà e conquiste. I numeri sono incoraggianti, l'80% delle donne che frequentano vengono assunte nei settori più diversi che vanno dai ristoranti e i bar (dove, specie in centro storico, possono utilizzare la loro lingua), ai negozi di parrucchiera (ambito in cui sono bravissime le nigeriane), dall'import-export (dove le lingue di provenienza diventano utilissimi strumenti di lavoro), all'attività da commesse, fino al lavoro in fabbrica (che in molte, specie dall'Africa desiderano, ma poi trovano difficile sostenere per i ritmi).
In Monica resta molto della sua anima di volontaria, una spinta che le permette di affrontare i diversi casi proposti da queste donne in modo pratico, ma sensibile, consapevole della grande forza interiore che per esempio esprimono molte donne straniere, o cosciente delle capacità di altre donne a cui serve una chance ma anche un sicuro supporto nella ricostruzione dell'autostima.