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Cultura

Magris tra i flutti della storia

 
"Alla cieca" è l’ultimo libro dello scrittore triestino. Una storia su più piani che fonde mito e attualità. Di Mara Pardini
 
   

     
23 maggio 2005
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magris
Sulla copertina del nuovo romanzo di Claudio Magris, Alla cieca (Garzanti, pp. 344, € 18,00), campeggia una polena dagli occhi sbarrati dal vento. E' il mare, la leggenda e l'amore. E' la resistenza alla disperazione e alla sconfitta, il senso del mistero, il confine fra verità e menzogna. E' il simbolo di una storia che va "alla cieca", metafora di un falso realismo che crede nell'eternità del momento. Non a caso questo cammino è percorso contemporaneamente dal re d'Islanda Jorgensen e dal compagno Cippico, dal rivoluzionario e dal marinaio, dal cybernauta e dall'argonauta capace di amare una donna dai mille volti. L'eterno ribelle, l'ammutinato, l'eretico in balia dei flutti della storia e del tempo, è il protagonista di una vicenda fatta di incastri, come in una serie infinita di scatole cinesi o bambole russe, dove il filo rosso è il sottile legame fra identità e memoria.

Questi temi sono stati affrontanti da Claudio Magris, venerdì 20 maggio, a Sanremo su sollecitazione del giornalista Sergio Buonadonna, nell'ambito dei Grandi incontri a Sanremo, promossi dall'Assessorato alla Cultura della città dei fiori e curati dallo stesso Buonadonna. Raccontando la genesi di Alla cieca, Magris ha evidenziato, tra le altre cose, l'intreccio dei diversi piani del romanzo: «La prima idea del libro è nata nel 1988 ad Anversa dove sono rimasto colpito dalle polene. Ho iniziato a raccogliere storie di mare e di leggende girando musei e cimiteri di polene, come quelli a ovest della Cornovaglia. Nello stesso tempo, però, ho continuato a pensare alla vicenda di Goli Otok, militante rivoluzionario che passa dalle carceri fasciste ai lager nazisti per finire in un gulag per comunisti e stalinisti come lui, dove è costretto a resistere alle torture in nome di Stalin. Mi ha affascinato il paradosso tra il grande abbaglio politico e l'incredibile capacità di sacrificare la propria persona per una causa universale. Successivamente, a Parigi, in una libreria specializzata in testi marini, ho scovato la storia di Jorgen Jorgensen, marinaio danese di fine Settecento e metà Ottocento fondatore di città poi finito tra i reietti. Ho deciso di seguire le sue tracce e sono andato in Tasmania per vedere i luoghi da lui frequentati. Ho poi unito tutte queste storie tramite l'impresa del vello d'oro di Giasone, modernissima operazione di marketing contenente quella contraddizione tra civiltà e barbarie che Pasolini ha espresso in Petronio e in Medea. Gli argonauti, infatti, portano nella Colchide sia la civiltà greca che la violenza. Questa terribile contraddizione si riallaccia poi allo sterminio degli tasmani, simbolo di tante altre vittime». I piani, dunque, si intrecciano: i liberatori e le vittime si scambiano le parti, il sogno di riscatto diventa desiderio di espansione e il vello d'oro si trasforma contemporaneamente nella vela bucata, nel lenzuolo su cui fare l'amore e nella bandiera rossa, perché in Alla cieca nessuna possibilità è preclusa.

Invitandolo a indagare le ragioni del proprio lavoro, Buonadonna ha permesso a Magris di rivelare quell'insopprimibile urgenza di individuare - seppur provvisoriamente - un mondo nuovo e antichissimo dove è possibile esplorare tutte le potenzialità e le contraddizioni dell'umano: dall'amore alla morte, dall'impegno politico alla diserzione e alla fuga. Raggiungendo, così, l'unica certezza possibile: la necessità dei valori, qualunque direzione o colore decidano di assumere.

Mara Pardini
 
 
 
 
 
 
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