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Cultura
Sandra Solimano e Plamen Dejanoff
 

«Saranno anni molto movimentati!»

 
Sandra Solimano a 360°. La curatrice di Villa Croce ci racconta i progetti del Museo d'Arte contemporanea. Dopo Plejanoff, Bolognini e Pozzi
 
   

     
20 aprile 2005
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di
Giulio
Nepi
   
Le manca l'elmetto, certo, e il candore allegro del suo ufficio può trarre in inganno. Ma nonostante le apparenze Sandra Solimano è come se fosse in trincea, a difendere il grande bastione dell'arte contemporanea in città, il Museo Civico di Villa Croce, di cui è curatrice da quasi due anni.
Un compito non proprio semplice: risollevare le sorti della principale struttura pubblica dedicata alla creatività odierna, dopo un lungo periodo di appannamento che ha attirato sul museo perplessità, scetticismi e financo rancori.

Eppure, a 2004 ormai concluso, possiamo dire senza paura di essere smentiti che Villa Croce è tornata ad essere un punto di riferimento in città: proponendo mostre interessanti, eventi di rilievo e anche "sporcandosi le mani" con appuntamenti poco paludati, come le serate di Mumù - musica nei musei.
Proprio in questi giorni è visibile la prima della quattro project room previste per questo scorcio di 2005, con un'installazione di Plamen Dejanoff.
Non ci resta che andare a conoscere l'autrice di questa rinascita, Sandra Solimano.

2004 archiviato. Quali sono i prossimi appuntamenti importanti per Villa Croce?
«A lungo termine, senz'altro l'ampliamento del museo. Ci sono due ipotesi di lavoro al riguardo. La prima, mantenere la sede storica allargandola con uno scavo sul retro, un progetto già ideato vent'anni fa. La seconda proposta, più recente, prevede lo spostamento radicale del museo nelle aree delle ex-acciaierie di Cornigliano».
E lei cosa preferisce?
«Hanno dei pro e dei contro entrambe. Villa Croce ha una sua identità ormai affermata, è centrale ma soffre la mancanza di spazio. E soffre anche un po' l'essere in un quartiere che la vive come un corpo estraneo. Una struttura nuova sarebbe lontana ma avrebbe tutta una serie di facilities: parcheggio, caffetteria, spazi differenziati, laboratori, auditorium».
Mi pare di cogliere un certo entusiasmo all'idea...
«Segnerebbe un vero salto di qualità».
Ma?
«Ma ci vogliono soldi. Per costruirlo, per comunicarlo e soprattutto per gestirlo, con uno staff adeguato. È un progetto difficilmente realizzabile nell'immediato: per almeno altri cinque o sei anni Villa Croce resterà la nostra casa, poi si vedrà».
Nel frattempo su cosa vi concentrate?
«Una linea di fondo della nostra azione è quella di crearci un nuovo pubblico, allargando la fascia di persone che gravitano intorno al Museo».
Ecco Mumù.
«Ad esempio. Il grande successo di Mumù ci ha permesso di avvicinare un settore significativo, il mondo dei giovani e della musica».
Ma oltre ai bagni di folla delle varie serate, c'è una ricaduta?
«Io penso proprio di sì. Vedo che è aumentato il nostro pubblico nella fascia fra i 30 e i 40 anni, anche in mostre complesse come quella su Beuys. Adesso puntiamo ad intercettare il pubblico del teatro, del cinema e della letteratura replicando la struttura di Magazzino Sanguineti: uno spazio informale in cui ci si può sedere, leggere, ascoltare. Appuntamento in autunno o in primavera».
Passiamo agli eventi veri e propri. Cosa bolle in pentola?
«Saranno anni molto movimentati! Intanto, in attesa che finiscano i lavori alle persiane, da qui fino all'estate ci saranno le project rooms».
Dopo Plamen Dejanoff a chi tocca?
«A . Gli ho chiesto un'opera che resti come arredo qui a Villa Croce, uno dei suoi "specchi scuri" - lui lavora molto sugli oggetti e la memoria - da mettere nel salone d'ingresso, sopra il camino dove un tempo c'era proprio una specchiera. Sarà Sergio Risaliti a presentarlo, e anche questo è un elemento che mi sta a cuore: coinvolgere non solo artisti, ma anche critici non genovesi. La terza project room sarà a cura di Maurizio Bolognini».
Che molti ricorderanno come l'autore dei computer sigillati nel Viaggio dell'uomo immobile.
«Esatto. Però questa volta si potrà interagire con l'installazione: inviando un SMS. Devo dire che non mi dispiacerebbe fare una "seconda puntata" del Viaggio... magari un po' più hard, con opere più neo-concettuali. Vedremo».
Arriviamo all'ultima project room...
«Dedicata questa volta ad un artista genovese, Andrea Crosa, che ultimamente ha avuto molti riconoscimenti soprattutto in Svizzera. Anche questa sarà un'opera site-specific. Poi in verità dovrebbe esserci una quinta project room... ».
Ah, una sorpresa!
«Un progetto che ha preso consistenza proprio stamattina. Sarà dedicata a , che ha accettato di donare al museo cinquanta sue opere dagli anni '50 ad oggi: una collezione che poi girerà per l'Europa. Dovremmo riuscire a portarla in porto per i primi mesi del 2006».
Un'ultima domanda. Tutti giudicano l'operato di Villa Croce, lei invece come valuta il resto della scena contemporanea genovese?
«Direi che le cose sono decisamente migliorate con l'Università, con la quale abbiamo collaborato per Attraversare Genova ed abbiamo in corso molti stage. Anche con l'Accademia c'è una buona collaborazione, mentre con Palazzo Ducale il rapporto è già più formale. Quanto al privato, Villa Croce si è aperta molto alle gallerie, il più possibile a 360°, senza dare precedenze a nessuno, purché faccia un discorso di qualità. In questo senso vanno i progetti che costruiamo intorno alle grandi mostre, con una serie di eventi minori nelle gallerie cittadine. Per il resto, ho ancora qualche dubbio che l'arte contemporanea riesca a sfondare in città... Credo che la mostra di Celant, pur bella, abbia un po' intimorito: sia le amministrazioni - che hanno visto costi importanti e ritorni meno importanti - sia il pubblico, che si è trovato in giro delle opere un po' difficili da capire. È una scommessa che ci resta ancora da vincere».


Nella foto, Sandra Solimano in compagnia di Plamen Dejanoff
 
 
 
 
 
 
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