Alessandro mi ha convinto e si va. Appuntamento alle 20 dal Bigo, poi ci imbuchiamo nel Sushi Bar. Adesso che il Porto Antico è tutto una transenna, tutto uno scavo, tutta una deviazione, non è facile entrare. Comunque lo potete trovare in fondo al primo edificio, quello che inizia con la libreria Rizzoli: arrivate in cima alle scale, sul Fronte del Porto, il gruppo di ristoranti del quale l'
Irifune Sushi Bar fa parte.
E' giovedì sera, non c'è coda, ci sediamo subito. Il mio amico Alessandro dice che non si può prenotare, che se non c'è posto, o te ne vai o aspetti. Lui, come me, ama il Giappone e tutto quello che vi ha a che fare: in questo ristorante è già stato due volte, stasera ha portato me e altri due suoi colleghi, anche loro amanti della cucina giapponese.
Sulla porta incrocio il cuoco, lo chef Gamage, un uomo di mezz'età che mi urla "buonasera!" inchinando di scatto la testa. I tavoli non sono alti un palmo, come si vede in televisione, ma non sono nemmeno alti come i nostri. Anche le sedie sono leggermente più basse. Sulla prima pagina del menù si spiega che il pesce crudo è il cibo antiossidante per eccellenza e che una volta assaggiato diventa insostituibile. In effetti, Alessandro e i suoi due amici sembrano quasi in crisi d'astinenza da pesce crudo. Io non l'ho mai mangiato, stasera mi tocca.
I prezzi non sono proprio abbordabili, ma non voglio spendere più di 70mila. Sono incerto tra sushi e sashimi: il primo è pesce crudo tagliato a fette sottili adagiato su un rotolino di riso, il secondo una selezione tra tonno, salmone e altri pesci tagliati in piccoli blocchi da intingere nella salsa di soia. Ordino un mix dei due, il "sasushi". Come se in un ristorante italiano, incerti tra pasta e pizza, si scegliesse la "pastizza"...
Mentre aspettiamo, mi immergo nel menù. Scopro che
irifune vuol dire 'nave che entra in porto': qui si gode una splendida vista sul Porto Antico e la serata limpida aumenta la suggestione. Il menù si divide in piatti di pesce freddi e caldi, ma ci sono anche piatti di pollo e di riso. Alzo la testa e di là dal bancone vedo il maestro Gamage che tagliuzza e smanetta, spalleggiato dal suo aiuto brasiliano. Arrivano i piatti.
Il sasushi è bello da vedere, le fettine di sashimi sono raggruppate e ordinate, i bocconcini di sushi sono un piccolo capolavoro di manualità. Impugno le bacchette senza timore: anni di allenamento al ristorante cinese sono serviti. Il sushi va intinto nella salsa di soia, nella quale dovete stemperare una punta di
wasabi (rafano): solo una punta, altrimenti si rischia l'effetto "pomodorino di Fantozzi". Il sapore è diverso da quello a cui siamo abituati: sorprendentemente, il pesce è più saporito crudo che cotto e i gusti sono particolari (ad esempio, il tonno è molto delicato).
Come secondo ho ordinato
tempura, una frittura di gamberi e verdure. Il piatto è leggero e molto interessante, anche qui c'è l'immancabile salsina. Da bere ho preso una bottiglia di Asahi, la birra giapponese che va di moda in questi mesi. Un mio commensale spiega il galateo delle bacchette: vanno utilizzate esclusivamente per afferrare il cibo (mai infilzarlo!) e portarlo alla bocca; altrimenti vanno posate, non potete gesticolare con le bacchette in mano mentre parlate, tanto meno puntarle verso un commensale (è un gesto di minaccia e non per nulla i giapponesi hanno bandito le armi e i coltelli dalle tavole da centinaia d'anni).
Compreso il caffè, il coperto e l'acqua naturale spendo 60mila: missione compiuta. Sono sazio, non gonfio, al contrario di quando esco dal ristorante cinese. Il pesce crudo o si ama o si odia: al mio primo assaggio l'ho amato subito. Provate anche voi a fatemi sapere. Un consiglio, però: se siete molto curiosi di nuovi gusti, portatevi il bancomat.