Leggi gli altri Venerdì di Francesca Mazzucato
Venerdì santo, si avvicinano le liturgie della cristianità di fine e resurrezione.
Mai come in questa festività il corpo nell'iconografia religiosa viene posto in primo piano e viene esibito. Esibito ai discepoli, alla Maddalena, a chi aveva trovato il sepolcro vuoto. Sono rimasti sepolcri da esplorare e probabilmente da svuotare. Vorrei tentare una comparazione profana con quello che, nel lungo tentativo di svuotamento dei contenitori di ipocriti luoghi comuni è accaduto nell'arte, nell'arte che si occupa di corpo, come di corpo ci si occupa nelle chiese durante le cerimonie, tra l'altro molto suggestive di questi giorni pasquali. Una analisi comparativa che non escluda il nostro corpo contemporaneo di cittadini divenuti consumatori. Di corpi che con le materie degli oggetti di consumo ci mischiamo, ci contaminiamo, ci avvolgiamo (ad esempio il rapporto quasi combaciante di dita-occhi-schermo-tastiera-pensiero che abbiamo col computer).
Negli anni Settanta due artisti,
Gilbert & George iniziarono a lavorare insieme facendosi portatori di un'idea di fondo che era quella dell'"esporsi". Il concetto di arte come lavoro, ossia come manufatto arriva al capolinea. Secondo loro se si è artisti non è necessario produrre opere, ma basta produrre se stessi (e non ritroviamo echi di Oscar Wilde in questa dichiarazione di poetica, sul "fare della propria vita un'opera d'arte?").
Eccoli, dunque nelle gallerie londinesi e nei musei del resto d'Europa proporsi in una rigida e atarassica fissità, generalmente in piedi (anche in questo richiamo all'atarassia possiamo trovare echi mistici, di un misticismo di stampo più orientale che cristiano ma comunque sempre presente).
Una delle loro principali acquisizioni è quella di avere degradato l'uomo da soggetto a oggetto. Ed è come oggetti che si esprime il loro smodato desiderio di "esposizione", di farsi vedere, di presenza, a tutti i costi, in modo privo di qualsiasi ritegno. C'è in fondo il desiderio di uno straniamento, di una perdita di identità. Dichiararono infatti: «Essere sculture viventi è la nostra linfa e il nostro destino, il romanzo fantastico, la luce e la vita...spesso scivoliamo per la stanza attratti dal vuoto delle finestre. Gli occhi sono incollati a questa cornice di luce. La mente indica sempre la nostra decadenza...».
Stereotipi del nulla, il vuoto occidentale. Adesso il corpo dell'artista che si propone come statua è diventato molto comune, assorbito anche dalla cultura di strada, durante le feste e in giro per le metropoli neanche i bambini si stupiscono più di vedere statue viventi e immobili. Ma al di là di questo, l'interesse per questa pratica è dovuto alla sua immediatezza e alla sottigliezza: una scelta facile che non comporta nessun rapporto di mediazione fra l'artista e il pubblico, e una scelta più complessa che implica una riflessione globale sul modo di intendere la ricerca creativa che comprende come matrice lontana anche Duchamp e Klein.
Klein poi aveva camminato nella stanza immateriale ed "esposto" la sua energia nella mostra del vuoto, consegnandoci una delle riflessioni più alte del Novecento nel desiderio di essere pittore senza produrre nulla, essere senza fare.
Il corpo è in primo piano, e il corpo lo poniamo in primo piano in questa riflessione da venerdì santo profano. In questi esempi citati troviamo contatti anche con Hockney e Bacon e ci muoviamo sempre all'interno di una dimensione omosessuale che vede nel corpo maschile la fonte centrale di ispirazione. Interessanti sono le ambientazioni. La risurrezione e rappresentazione del corpo "sacro" avviene nella magnificenza delle chiese, fra navate e arcate barocche, vetrate finemente lavorate, portoni di ferro intarsiato nella magniloquenza dei canti e del rito, nella suprema eleganza e concentrazione di quelli che il rito sono chiamati ad officiare e di quelli che sono presenti ad assistere.
continua...
Nella foto: un lavoro di Gina Pane