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Cultura
Situazionismo
 

Scusi, lei è situazionista?

 
Dopo postmodern e minimal, fra i revival è il turno del situazionismo. Riflettendo sulla gloria e l’oblio delle parole. Di Valter Scelsi
 
   

     
21 marzo 2005
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Capita, a volte capita che l'architettura scambi le proprie parole chiave con altre discipline e che il fatto provochi una certa confusione.
Ad esempio? Nel 1989 Piervittorio Tondelli, portavoce nostrano di quella generazione che la critica ha voluto definire minimalista [la generazione del ripiegamento, come qualcuno scrisse], pubblicò un libro rimasto nella memoria di molti: Un week end post-moderno. Era uno spaccato sul mondo giovanile degli anni Ottanta.
Per definire l'affastellarsi di motivi emergenti all'epoca, Tondelli usava un termine allora parecchio in voga, post-moderno, e lo prendeva a prestito dal mondo dell'architettura. Strano destino per un minimalista che non farà in tempo a vedere [Tondelli muore nel 1991, a soli trentasei anni] nell'ultimo decennio del Novecento l'abuso della parola minimal per descrivere una tendenza propria del design e dell'architettura.

Adesso sembra essere è il turno del Situazionismo: la pratica teorica che traghettò la cultura europea del secondo dopoguerra fino alle soglie dei movimenti della fine degli anni sessanta.

Nato in ambito francese, come molte cose di quel tempo, il Situazionismo indagava la consapevolezza dei processi economici e produttivi allora in atto, nella prospettiva di un cambiamento delle modalità stesse della vita quotidiana. Tra gli obiettivi della sua critica, il falso mito [alimentato dalle tecniche di persuasione di massa] che l'aumento della qualità della vita sia legato all'incremento del tempo libero. Se il lavoro produttivo si riduce, il tempo consacrato al consumo aumenta, incitando a produrre di più, in una frustrante rincorsa al guadagno. I situazionisti opponevano a ciò il godimento assoluto e la sua arma migliore: la gratuità.
Erano quelli gli anni di seducenti slogan che invitavano alla proletarizzazione del godimento, forti del fatto che la creazione spontanea è sempre qualità.

Oggi, tanto è cambiato da quei tempi. Tanto, ma non proprio tutto, e il revival da vent'anni a questa parte, regala sempre i suoi frutti. E allora cosa di meglio che riesumare dal cassetto dei ricordi in bianco e nero anche il glorioso Situazionismo, del quale in tanti si erano dimenticati, ma che porta con sé ancora intatte parole-slogan di facile uso e di immediata presa?

Riesumazione operata, come spesso avviene, da chi scrive e critica e, pertanto, necessita di parole pronte all'uso. Ritengo che i gruppi di architetti e i collettivi di arte urbana intenti in Italia da circa un decennio in ricerche e azioni reagenti sul territorio, non siano coinvolti nell'organizzazione dell'operazione revival che in qualche modo li lambisce, unendo, nell'immaginario culturale diffuso, la loro azione a quella dei situazionisti. E' la sopravvivenza della parola sul significato, il valore seduttivo del suo stesso suono a originare l'uso massiccio [o il ri-uso] del termine.
Del resto, riflettere sulla gloria e l'oblio delle parole, dei nomi, degli slogan, lungo le tracce di percorsi in atto nella presenti nella cultura, mi sembra la parte più godibile di tutta la vicenda.

Sguardo nomade, in "Ottagono", ottobre 1999.
Situazionismo, materiali per un'economia politica dell'immaginario, Massale editore, 1998.

Valter Scelsi


Nella foto: tipico fumetto situazionista, testo R. Vaneigem, disegni G. Joannès
 
 
 
 
 
 
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