Scrivere centinaia di romanzi, vivere nel lusso e spassarsela, accoppiarsi con diecimila donne. Si può fare tutto ciò nella stessa vita? Se è quella di
Georges Simenon sì.
Giovedì 17 marzo 2005, il
Centro Culturale Europeo ha segnato l'ultima tappa dello sdoganamento del chiacchieratissimo scrittore belga, iniziato nel 2003 (in occasione del centenario della sua nascita) con la pubblicazione di ventuno suoi romanzi nella collana Pléiade di Gallimard. Hanno partecipato all'incontro
Benoit Denis, studioso e curatore dei suddetti volumi,
Claudio G. Fava, critico cinematografico e autore di un libro dal titolo
Simenon, l'uomo nudo, e
Romolo Ansaldi, uno dei più grandi collezionisti di libri di Simenon.
Il papà del commissario Maigret è un personaggio che ha fatto molto parlare di sé. Non aveva nessuna delle caratteristiche necessarie per essere ammesso nell'elitarissimo club degli intellettuali francofoni. Era belga (è lo è rimasto sempre, con orgoglio), di umili origini, senza una speciale formazione letteraria. In seguito sarebbe stato definito un parvenue della letteratura. I suoi colleghi lo hanno spesso criticato: «e lui si è sempre vantato di scrivere tanto e in fretta», dice Denis. Tanto vuol dire tre o quattro romanzi all'anno in media: «tredici nel 1925, 25 nel 1926 e 53 nel 1928», dice Ansaldi. Non so se mi spiego.
Ma come si fa a scrivere così tanto? I motivi abbondano. Secondo Denis la scrittura era innanzitutto uno sfogo. Ma era anche la fonte di sostentamento dei suoi vizi, per lui che diceva di avere avuto così tante donne: «forse perché, come dice lui stesso, era velocissimo...», ironizza Denis. Ma tant'è, la sua produzione rimane sproporzionata.
Ogni romanzo seguiva una specie di rito, senza il quale il lavoro saltava. Gli bastava una settimana per scrivere un Maigret o qualsiasi altra storia, sette giorni di isolamento: «durante i quali era intrattabile», continua Denis. Alla fine, spesso, aveva crisi di vomito. Era completamente vuoto. Poi passava la palla all'editore, dal quale esigeva il massimo. Del suo libro si scordava presto: «è tipico di Simenon - dice Denis - non saper dire niente sui suoi romanzi». Scrive in trans, qualche giorno di catarsi, e poi il vuoto. Un po' come succede a molti per gli esami universitari...
«Tutti i suoi libri sono un po' uguali e un po' diversi». Più che sul "fenomeno Simenon" Denis preferisce puntare l'attenzione sul suo metodo. «Segue una logica seriale, è una specie di variazione infinita sul medesimo tema - dice lo studioso - ed è questo che secondo me ne fa un autore moderno».
Una relazione molto lunga quella di Denis, che ha lasciato poco spazio a Claudio G. Fava e all'Ansaldi. Il primo ha aggiunto qualche considerazione su Maigret: «è il perfetto contrario di Simenon: monogamo e uomo d'ordine. Mi sono sempre chiesto per chi avrebbe votato. Forse per il centrodestra...».
Romolo Ansaldi si è dimostrato un profondo conoscitore delle vicende simenoniane. Ma nella sua vita ha avuto anche altre passioni, come quelle per le macchine fotografiche
Leika, di cui ha avuto tutti i modelli. «All'epoca in cui è uscita la prima costava trecentomila lire - dice - erano gli anni Quaranta. Siccome sono un ribelle, appena ho avuto l'occasione ho iniziato a collezionarle». È arrivato persino ad ottenerne una tutta d'oro, appartenuta niente popò di meno che al Dalai Lama.
Infine, il
Centro Culturale Europeo ha due nuovi figli: l'
Ungheria e la
Polonia. È il presidente Barrère a comunicarlo in apertura di serata.
Nella foto: Romolo Ansaldi, Benoit Denis e Claudio G. Fava alla tavola rotonda su Georges Simenon