Tutto cominciò con
Ivar, quella scaffalatura in legno chiaro che ha arredato milioni di camere, camerette, studi, cantine. Aveva un sapore nordico, ricordava un po' i mobili di
Alvar Aalto, ma denunciava anche una certa povertà. Era il primo tentativo di divulgazione di un design intelligente, che alla forma univa un prezzo accessibile a tutti.
Oggi, dopo sessant'anni di studi portati avanti da squadre di giovani designer,
Ikea ha abbandonato il suo stile tipicamente svedese per cavalcare un gusto più europeo. Una formula che nulla ha da invidiare al nostro design, forte di una forma che trova le sue fondamenta in una continua ricerca tra semplicità e prezzo.
Il risultato è straordinariamente innovativo: una grande rivoluzione che ha coinvolto ed educato un numero di consumatori sempre più vasto, rendendoli partecipi (e anche un po' complici) attraverso il montaggio dei mobili, della
filosofia Ikea. È quasi una fede per chi, come me, ha avvitato centinaia di viti dell'azienda svedese. Nulla è lasciato al caso, ogni buco ha una ragione, ogni vite una collocazione e le istruzioni sono a prova di cretino.
E alla fine sei fiero, perché quel cartone quasi bidimensionale che ti sei trascinato a casa con mille dubbi e un po' di fatica è diventato un mobile, proprio uguale a quello che avevi visto e desiderato all'interno del magazzino.
Sì, perché il sentimento di desiderio nei confronti dei mobili e degli oggetti Ikea è una delle cose più interessanti da capire. Ho studiato a lungo il fenomeno, e alla fine credo di aver capito qual è la molla che lo scatena.
Quando si entra nel magazzino-vendita, si segue un percorso abbastanza rigido, lungo il quale troviamo abilmente esposti mobili ed oggetti, e riprodotti differenti habitat. La vastità del magazzino-vendita permette di esporre lo stesso oggetto lungo il percorso almeno cinque o sei volte, in contesti sempre differenti.
Dapprima in modo inconscio, iniziamo a registrare le cose che vediamo. Poi, rivedendole piu avanti, ci fermiamo ad osservarle. Quando le rincontriamo la terza volta iniziamo a pensare che ci potrebbero servire, le sentiamo familiari. La quarta scatena in noi un desiderio di possesso irrefrenabile. La quinta fa sì che l'oggetto entri nel nostro carrello quasi automaticamente.
L'effetto di trance è evidente, soprattutto alle casse, dove spesso troviamo persone che non sanno perché e cosa hanno acquistato, ma comunque lo hanno fatto.
E anche se inutile, stanno portando nelle loro case un oggetto, una mensola, una scatola, una candela che prima di entrare nei punti vendita è stata pensata, prodotta, assemblata, testata, impacchettata seguendo procedure, regole, studi di fattibilità, problematiche logistiche rigidissime che fanno sì che quell'oggetto possa a pieno titolo essere considerato design.
Ingvar Kamprad, che non sono i nomi di due scaffali Ikea ma il nome e cognome del fondatore, probabilmente oggi è uno degli uomini più ricchi del mondo. Sfrutta mano d'opera a basso costo facendo produrre i suoi mobili in Cina, ma non possiamo non riconoscergli il merito di aver inventato e sviluppato un nuovo modo di arredare che non ha nulla da invidiare alla rivoluzione della scuola del Bauhaus di inizio secolo.
Eugenio Musso