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Spettacoli
Camalli
 

L'importanza di esser camallo

 
Debutta lo spettacolo con Amanzio Pezzolo e Aldo Vinci. In Porto, dalle origini a oggi. Lotte, aneddoti, vita. Fino al 30 gennaio
 
   

     
26 gennaio 2005
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di
Daniele
Miggino
   
Stavo andando al Teatro degli Zingari per la prima dello spettacolo Camalli, storie vissute e narrate dalle genti del Porto. Berretto, sciarpa, guanti: tutto inutile, faceva un freddo cane. Davanti alla Stazione Marittima ho pensato "ma come si fa a stare tutta la notte in banchina con ‘sto gelo?". Due ore dopo non mi pareva più una cosa impossibile. Avevo capito, almeno in parte, cosa vuol dire essere un camallo.
Lo spettacolo della verrà replicato al Teatro di via Mura degli Zingari 12r fino al 30 gennaio 2005, sempre alle 21.

La piccola sala è allestita come un magazzino delle merci. Sacchi di caffè, grosse casse di legno, cime aggrovigliate. Due banchine si allungano dal palco verso la platea. Fra il pubblico arrivano tanti amici, parenti e colleghi di Amanzio Pezzolo, il narratore. C'è anche un Don Gallo solidale, che ospita la rappresentazione e si presenta con un colbacco nero: «me l'han portato da San Pietroburgo», dice con orgoglio. Sul palco insieme a lui ci sono Aldo Vinci, regista-attore di Camalli, e il polistrumentista - già nei Matia Bazar e nei Litfiba di El Diablo.

Lo spettacolo
Il piccolo Aldo è figlio di un metalmeccanico-sindacalista, uno dei primi arrestati per motivi politici in città. La madre si arrangia «come nelle favole - dice lui - cucendo di notte». A sollevarla ci pensa una busta bianca, che trova ogni tanto nella cassetta della posta. È la colletta dei portuali che sostengono il "compagno Vinci".
Aldo conosce così i portuali: sono una categoria di privilegiati, sembrano ricchi senza esserlo, sono generosi, uniti e hanno molto tempo libero. «Perché gli altri lavoratori non diventano come i camalli?», si chiede.

A questa domanda cerca di rispondere il racconto di Pezzolo. Parte da lontano, dagli scogli ai quali attraccavano le prime feluche, dai fenici, dalla Peste Nera del 1348 (dopo la quale si forma una compagnia professionale di portuali, i Caravana), fino alla resistenza agli stranieri - austriaci, francesi e Savoia. È la storia di Genova vista da quel «grembo materno» che è il Porto.

I due protagonisti si alternano, a volte si incrociano, soprattutto quando Aldo interpreta personaggi che hanno avuto un ruolo nella vicenda portuale (politici, industriali e armatori) e Amanzio - che interpreta se stesso - gli risponde per le rime. Anche Cristina Cavalli (aiuto regia) ha un ruolo: fa la spettatrice attiva, stabilendo una certa empatia col pubblico.
Alcuni video vengono proiettati sul soffitto della sala. Le musiche di Sabbione, prevalentemente elettroniche, aggiungono ritmo alle parole.

«Cambiano i dettagli, ma la sostanza rimane - dice Pezzolo - c'è sempre qualcuno che ci vuole buttare fuori dal Porto». La storia della Compagnia Unica diventa perciò una specie di lotta per la sopravvivenza, culminata negli anni '80 con il suo commissariamento. «Ma siamo ancora lì», dice l'ex-vice console della Compagnia con orgoglio. Come sia stato possibile si capisce, forse, dall'ultima frase dello spettacolo: «quando si diventa camalli, lo si resta per tutta la vita».
Per entrare a lavorare in Porto - un tempo, oggi forse molte cose sono cambiate - si stava mesi al cancello, aspettando di sentire il proprio nome alla "chiamata". Poi si diventava occasionali, avventizi. Solo dopo anni si acquistava il titolo di soci e si riceveva il "lattone", l'agognata tessera della Compagnia Unica. «Era una laurea ad honorem, una carta di credito, un'assicurazione - dice Pezzolo - dal quel momento sapevo che nessuno avrebbe potuto mandarmi via».

Tanta passione in uno spettacolo fatto con pochi mezzi (ne meriterebbe di più), alla fine del quale molti misteri sui portuali svaniscono. Vengono allo scoperto la fatica, l'orgoglio, l'unità di gruppo. Quella del camallo si rivela alla fine un'esperienza difficile da imitare, una storia unica per il suo passato e per il contesto. Un mestiere legato come nessun altro alla natura della città, al suo cuore pulsante: il Porto.

Nella foto: un momento dello spettacolo, Amanzio Pezzolo sulla sinistra, Aldo Vinci sulla destra
 
 
 
 
 
 
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